Quel sentiment tra noi

Gli addetti ai sondaggi, quelli che assegnano valore epocale a variazioni dello 0,5% dopo aver intervistato sì e no trecento persone su sessanta milioni, sembrano aver trovato un nuovo termine con cui baloccarsi: è il “sentiment”, alla cui traduzione si può arrivare anche aggiungendo una vocale e che, come è intuibile, si riferisce allo stato d’animo, alla tendenza, propensione, inclinazione, disposizione, orientamento etc.
Ma essendo termini questi presenti nel dizionario italiano, sono inadatti per questi provinciali da tastiera che vanno in brodo di giuggiole quando trovano un anglicismo da aggiungere alla pletora di termini già importati senza motivo.
D’altra parte i nani hanno in ogni epoca i loro trampoli; dal gusto di spruzzare locuzioni latine qua e là nel discorso si è arrivati alla ricerca di vocaboli anglosassoni ancora inediti di qua dell’arco alpino, che resta comunque il confine naturale di arretratezze senza tempo.

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Dx vs Dx

A scontrarsi non sono più destra e sinistra ma solo due destre; quella costruita intorno all’avidità e all’insaziabilità dei poteri economici e quella populista, sorretta da impalcature nazionaliste e fascistoidi.
Non hanno finalità diverse ma modi diversi di garantire la continuità del medesimo sistema. Ed è perfino difficile definirle destre, poiché la destra senza la sinistra, o viceversa, smarrisce la sua accezione originaria.
Scontro inedito per chi è vissuto in epoche in cui queste due fazioni erano alleate quasi indistinguibili, essendo minacciate da un nemico comune, un proletariato armato di una diffusa e crescente coscienza di classe.
In pochi decenni lo scenario è mutato e l’opposizione al sistema vive oggi in poche oasi di consapevolezza perse in un deserto di rassegnazione e di cecità autoindotta; se non avrà memoria per i successi e disastri del proprio passato, smarrirà anche le basi da cui ripartire.
Al presente, il duello non è tra classi sociali, ma tra la nobiltà possidente e chi sgomita per farne parte. La politica al tempo dei Cesari non aveva connotazioni molto diverse.

Déjà vu

Il governo Macron, che ormai rischia di cadere sotto i colpi dello scontento generalizzato e dei continui scioperi contro le manovre lacrime&sangue che ha deciso di imporre fin dal suo insediamento, decide di riconquistare il consenso interno attraverso la riproposizione di anacronistiche ambizioni di potenza.
Il presidente convoca quindi gli alti comandi delle forze armate e durante una riunione segreta che passerà alla storia come “nuit des épingles” (o “notte degli spilli”, in quanto i partecipanti passano in rassegna i paesi da aggredire applicando spilli colorati su una grande mappa del mondo alla parete, per poi doverli escludere quasi tutti) prende la decisione irrevocabile.
Approfittando del fatto che il grosso dei reparti italiani si trova sparpagliata in missione in tre continenti, truppe francesi superano il confine italiano in direzione di Aosta, della valle di Susa e della riviera ligure. In un proclama letto alla televisione a reti unificate verso l’alba del giorno successivo, vengono rivendicati i territori dell’intera valle d’Aosta nonché delle province di Cuneo e di Imperia. D’altra parte la resistenza all’invasione è quasi ovunque simbolica e le colonne francesi avanzano senza quasi sparare un colpo.
Poco dopo mezzogiorno, apprendendo che Aosta è caduta senza combattere e che i reparti francesi avanzano tra ali di folla festante, il governo italiano si riunisce in quello che passa alla cronaca come “pomeriggio di villa Taverna” (che è la residenza dell’ambasciatore Usa a Roma; infatti per tutto il tempo i convenuti provano invano a contattare il diplomatico e non approdano ad alcuna decisione).
Mentre i rapporti dal confine nord-ovest disegnano un quadro sempre più inquietante, a sera il governo fugge a Pescara, dove è già in attesa una nave che li porterà a Brindisi. Nella notte successiva devono intervenire i carabinieri per sedare i tafferugli scoppiati tra le più alte cariche istituzionali con le loro famiglie ed un nutrito stuolo di alti ufficiali (anch’essi con famiglia al seguito) che sgomitano per imbarcarsi.
Rimasti privi di ordini, i reparti italiani si sbandano quasi subito, dalla Bosnia al Libano, dall’Afghanistan al Niger. Più o meno la stessa cosa accade in patria, dove però si registrano anche isolati episodi di resistenza. Un gruppo di NoTav si copre di gloria nel vallone del Clarea, respingendo un intero battaglione di Chasseurs con l’impiego di fionde ed una manciata di petardi. Presso Vinadio, veterani alpini di un raduno locale bloccano per diverse ore l’avanzata di alcune compagnie nemiche inaugurando in battaglia l’impiego dei fiaschi-molotov.
Ma sono casi sporadici. L’avanzata francese prosegue inarrestabile, mentre fallisce l’intervento di uno stormo di nuovissimi f-35 italiani, che a causa della nebbia non riescono ad individuare i bersagli.
Il giorno successivo, mentre i reparti di punta francesi sono ormai in vista di Torino, il governo da Brindisi chiede i termini della resa e la sera stessa accetta la dolorosa perdita dei territori rivendicati dall’aggressore.
Mentre a Parigi la gente si riversa in strada per festeggiare la vittoria e Macron intona la Marsigliese sotto il colonnato di palais Bourbon in un tripudio di folla e bandiere, a Bolzano si decide la secessione dell’alto Adige (pardon, sud Tirolo) e la sua riunificazione all’Austria. Pochi giorni dopo prendono analoga decisione i consigli regionali del Triveneto e della Lombardia, con l’eccezione di Venezia che si proclama repubblica autonoma.
Le truppe francesi assumono intanto il controllo “temporaneo e cautelativo” di quel che rimane del Piemonte e della Liguria, un eufemismo con cui si procede all’annessione definitiva anche di questi territori.
Poi è la volta della Sicilia, che si proclama indipendente e convoca un referendum repubblica-monarchia da tenersi nei mesi successivi. Segue a ruota la proclamazione dell’indipendenza sarda, il cui consiglio regionale avvia consultazioni con la Catalogna per la formazione di un’entità politica comune.
Intanto a Roma è il caos. Gruppi neofascisti perlopiù appartenenti a Casapound cercano di assumere il controllo dei centri nevralgici cittadini, ma vengono messi in fuga quasi ovunque da forze eterogenee tra cui spiccano elementi della sinistra antagonista, gruppi di immigrati e guardie svizzere. In un toccante discorso alla nazione dai microfoni di Saxa Rubra, Di Maio si autonomina Garante della Repubblica, promette la riunificazione del paese e la redazione di una nuova carta costituzionale, ma nei confusi eventi che ne seguono viene catturato dai manifestanti e decapitato sotto lo sguardo delle televisioni straniere che immortalano la scena.
Infine il controllo della capitale viene affidato a papa Francesco I, in vista di consultazioni elettorali la cui data non viene però indicata. L’amministrazione papale si estende in breve all’intero Lazio ed a tutte le province che ne fanno richiesta e che vanno dalla Romagna all’Abruzzo.
Altrove il territorio risulta frammentato in una lunga teoria di potentati locali, mentre l’infante di Spagna in visita a Napoli viene acclamato a lungo dalla popolazione e indotto sui due piedi ad accettare l’incarico di Viceré, il cui controllo si estende presto alle restanti regioni meridionali.
Il governo si scioglie e dei suoi componenti si perdono le tracce. Secondo voci non confermate, l’ex presidente Mattarella sarebbe stato visto in un suk di Alessandria d’Egitto.

Morte di un gigante

fidel

Se ne va oggi, piegato dalle inflessibili leggi della Natura, questa figura gigantesca inversamente proporzionale alla piccola isola di cui ha retto le sorti per mezzo secolo. Per tre generazioni Fidel Castro è stato uno dei massimi simboli della Rivoluzione, non solo cubana ma planetaria, la cui importanza si evidenzia anche in virtù di quei 638 piani omicidi ideati ai suoi danni dalla Cia, record ineguagliabile che da una parte dimostra la ferocia del potente vicino e dall’altra l’eroismo di un popolo che ha sempre sopportato stoicamente gli effetti brutali dell’embargo economico pur di non tornare sotto gli artigli del capitalismo a stelle e strisce.
Cuba oggi non è più sola, nonostante sia orfana del suo leader. Ha sparso i suoi semi al caldo vento dei tropici ed alcuni di essi sono germogliati: Argentina, Bolivia, Uruguay, Brasile, Ecuador e Venezuela sono paesi i cui popoli cominciano a prendere coscienza dei propri diritti, non ultimo quello di una riconquistata sovranità di fronte al giogo coloniale delle oligarchie finanziarie statunitensi.
L’orticello di casa yankee si solleva e al di là delle vittorie o dei temporanei insuccessi locali, la storia di Cuba dimostra che ci si può togliere i ferri dai polsi e resistere alle rappresaglie del padrone.
Cuba non s’è mai rassegnata al ruolo di semplice isola nel processo rivoluzionario ma ne è stata anche sorgente. Fin dal sacrificio del “Che” nella giungla boliviana e ancora nel sostegno anche militare dato alle lotte di liberazione di diversi paesi africani, nel Congo come in Angola, è sempre prevalsa in Fidel Castro e nei suoi collaboratori l’idea che la Rivoluzione non può sopravvivere facendosi oasi nel deserto, ma deve al contrario diffondersi sfruttando ogni crepa che viene a crearsi tra i mattoni delle costruzioni reazionarie.
E allora questa sorgente diviene storicamente ancora più importante, poiché non soltanto ha resistito per decenni a testa alta al minaccioso vicino sfidandone la potenza, ma perché nonostante l’assedio commerciale ha saputo dare al proprio popolo quel che molti statunitensi possono solo sognare: un’assistenza sanitaria ed un’istruzione gratuite tra le migliori al mondo, la sicurezza nel domani e la dignità del lavoro, la consapevolezza di essere cittadini e non semplici vittime da sacrificare all’avido dio del profitto.
Oggi questo grande cuore della Rivoluzione ha cessato di battere, ma Fidel Castro è tra coloro che ci hanno fatto intendere che quando una luce si spegne, cento altre possono accendersi. E allora sta a noi fare in modo che questa triste giornata sia anche qualcos’altro.
Grazie compagno Fidel. Che la terra ti sia lieve.

L’informazione ai tempi della Brexit

L’idea che gli inglesi abbiano potuto votare per decidere se stare dentro la gabbia della Ue o meno, manda in bestia i giannizzeri dell’Europa neoliberista. Non passa giorno in cui quella propaganda di regime che per inerzia continuiamo a definire “informazione”, non se ne inventi una per dire che siamo alla fine del mondo. I vecchi rubano il futuro ai giovani, la sterlina sprofonderà, l’inflazione andrà alle stelle, i supermercati si svuoteranno ed ogni altra piaga si riverserà sull’isola ribelle, dove hanno vinto gli hoolingans, quelli che sparano alle deputate e quelli che gridano slogan razzisti. Qualcuno si è spinto a dire che nella perfida Albione sta arrivando il nazismo, ma sono gli stessi che invece sono contenti se i nazisti vanno al governo in Ucraina con un colpo di stato.
E non è finita. Secondo gli stessi terroristi mediatici, scozzesi e nordirlandesi dalla Ue non ci vorrebbero proprio uscire e per continuare a restarci sarebbero addirittura disposti alla secessione. Non so in base a che cosa vengono sparate queste enormità e comunque al referendum hanno votato anche loro e sapevano bene che o usciva dalla Ue tutto il Regno Unito o niente.
Inoltre appena ieri gli scozzesi avevano votato per restare sotto il cappello della regina e non certo per amore della Ue.
Insomma, chi controlla l’ufficio propaganda evidentemente è preoccupato dal fatto che altri paesi possano seguire l’esempio. Non certo l’Italia dove ci son cose che dobbiamo subire senza poter decidere, non certo la Grecia dove l’astuta strategia del masaniello della Plaka ha nel mugugno il suo atto supremo di disobbedienza, però magari in altri paesi sì. A cominciare dalla Spagna e dal Portogallo, dopodiché l’intera costruzione verrebbe giù come un castello di carte portandosi dietro anche la moneta unica.
Insomma, si è messo in moto un qualcosa che tutti pensavano potesse eventualmente avere inizio solo nell’imbelle mondo dei Pigs e invece guarda un po’ dove si annidava la resistenza!
Dire che ne sono terrorizzati è forse esagerato, ma a giudicare dall’allarme continuo suonato dai notiziari e dai pennivendoli di regime, pare di capire che la gabbia che le oligarchie finanziarie hanno stretto intorno ai popoli sarà in futuro meno solida.
Sia il pupo Obama sia coloro che tirano i suoi fili fanno la faccia storta perchè le probabilità di serrarci il lazo del Ttip intorno al collo a questo punto diminuiscono, dato che i governi inglesi erano il loro cavallo di Troia in terra europea. E non manca chi propone un referendum-bis, perchè per costoro il voto è strumento di democrazia a seconda del risultato; ad esempio se in Crimea votano per tornare alla Russia non vale, mentre se i kossovari votano per separarsi dalla Serbia allora va bene.
Tutto ciò una cosa ce la fa capire e cioè il livello di antidemocrazia in cui siamo sprofondati in questi anni di egemonia del capitalismo finanziario, di primato del profitto dei pochi sui diritti dei molti. Un’unione europea siffatta, gestita attraverso queste regole e dominata da una banda di speculatori senza coscienza, semplicemente non ha il diritto di esistere ed è bene che si estingua. Chiunque esce da questa follia in terra merita i migliori auguri.

Vergogne sotto l’elmetto

Siamo di nuovo in guerra e di nuovo a nostra insaputa. A differenza di quanto accadeva ai tempi dei Savoia, quando le nostre aggressioni venivano strombazzate ai quattro venti salvo poi risolversi generalmente (e per fortuna!) in sonore sconfitte, dal governicchio D’Alema in avanti i militari italiani vengono inviati in zona di guerra senza che giornali e tv ne diano notizia e senza nemmeno il consenso del Parlamento. E’ sufficiente che i padroni americani ce lo chiedano ed eccoci pronti a partire. I costi gravano e graveranno su tutti noi, che siamo usi a indignarci per il vitalizio di tremila euro al mese all’on. Taldeitali ma non per gli ottanta milioni al giorno di spese militari.
Dall’inizio di questo mese sulla linea del fronte turco-siriano ci sono le batterie antiaeree italiane, il cui compito si presume sia quello di colpire eventuali aerei “nemici” che dovessero entrare nello spazio aereo turco. I “nemici” sono naturalmente i siriani e i russi, e ancor più naturalmente lo sono perchè così hanno deciso a Washington e sappiamo che ogni buon servo vede come nemico il nemico del proprio padrone.
Se lustrando le scarpe ai gringos capiterà che qualcuno si farà male, non è detto che noi lo si venga a sapere, perchè i primi ad entrare in guerra sono sempre i mezzi d’informazione e i nostri sono già sull’attenti da un pezzo. D’altra parte, ci hanno forse informati che l’uranio disseminato dagli americani in Jugoslavia ha già causato la morte di 330 militari italiani, più altri 3765 contaminati (ufficialmente “feriti”)? L’ultimo è morto un mese fa e tutto lascia pensare che non sarà l’ultimo. Si può solo immaginare quante vittime questo atto criminale abbia già provocato tra la popolazione locale, ma anche questi numeri restano per noi un mistero.
I padroni d’oltreoceano confezionano con materiale radioattivo le ogive delle munizioni, che poi usano sul territorio dei paesi che intendono aggredire, il che è un bel modo per far fuori una certa quota di scorie delle loro centrali nucleari. Quindi arriviamo noi, i fidi domestici, a raccogliere quel che rimane sul terreno, ma dato che l’equipaggiamento idoneo per tale mansione sarebbe costoso, ecco all’opera i fantaccini con i soli guanti in lattice, condannati a morte con la complicità di governi le cui uniche vere missioni umanitarie sarebbero le dimissioni. E con quella di un cosiddetto primo cittadino che di questa strage non parlava, però scalpitava per avere indietro i due marò.

Fuori di qui

La Gran Bretagna uscirà dalla gabbia della Ue e le destre locali esultano. Non perchè uscire dalla Ue sia una cosa di destra, ma perchè le “sinistre” hanno regalato loro il diritto di rappresentare lo scontento di coloro che in questa gabbia non ci vogliono più stare. E’ una sconfitta per coloro che non hanno il coraggio di mettere in discussione l’esistente, che pensano di dover “cambiare le cose dall’interno”, che parlano di piani A, B, C ed ogni altra lettera dell’alfabeto della rassegnazione.
Se ora seguirà qualcosa di brutto, sarà il rafforzamento dei nazionalisti ma la colpa è di chi ha lasciato a costoro il compito di incarnare la ribellione ai trattati-capestro imposti dalle oligarchie finanziarie.
Dopodiché si spera almeno che i nazionalismi siano uno strumento idoneo per spezzare l’unità dei paesi finora asserviti alla politica imperialista d’oltreoceano. A chi ci racconta che il trionfo dei nazionalismi è l’anticamera della guerra, si può facilmente rispondere che sull’orlo di una guerra ci siamo già e ci siamo arrivati seguendo docilmente i diktat di Washington e del Fmi, cioè di coloro che intendevano anteporre gli interessi del capitalismo finanziario alle sovranità nazionali.
Si diceva da tanto tempo che lasciare l’arma del populismo alle destre nazionaliste era un pericolo e che così si rischiava di uscire da questo incubo dalla porta sbagliata, con grave nocumento per i diritti e la democrazia. Ma la “sinistra” in quasi tutte le sue declinazioni da questo orecchio non ci sente, ha illuso l’elettorato con le finte unità senza programma, con i suoi masanielli ed i suoi Tsipras, con l’idea folle di potersi ritagliare una nicchia di sopravvivenza all’interno di un ambiente sempre più ostile a tutto ciò che odora di civlltà.
Ora aspettiamoci pure l’arrivo di tutto ciò che da sempre deve soffrire chi difetta di coraggio. E tutto potremo raccontare ai nipotini, ma non che non ce la siamo cercata.

La Cirinnà eccola qua

Se devo dire la verità, non mi aspettavo tutto questo rigurgito oscurantista perfino dopo l’approvazione di una legge che sostanzialmente mette nero su bianco l’inferiorità giuridica degli omosessuali (il che a ben vedere dovrebbe risultare appagante per il pretume).
Pensavo invece che la canea dei reazionari in porpora e dei loro inservienti si placasse una volta concluso il braccio di ferro parlamentare. Mi sbagliavo; dopotutto nemmeno nella migliore stagione di partecipazione e avanzamento sociale costoro s’erano arresi all’approvazione della legge sul divorzio, né a quella che regolamentava l’interruzione di gravidanza. Anche allora la loro tracotanza fu tale che ricorsero a referendum abrogativi nella speranza di riportare le cose come stavano prima, naturalmente cavalcando qualsiasi falsità e agitando ogni sorta di spauracchio.
E persero, così come probabilmente perderebbero oggi. Perfino Alfano, gran ciambellano cui spetta tracciare i confini entro i quali le coppie omosessuali avranno diritto di festeggiare la tanto attesa legittimazione, ha suggerito prudenza ai suoi sodali, poiché una sconfitta dei clericali su tali norme ancora calde di promulgazione darebbe forza a noi che vogliamo la parità di diritti e non una sua parodia.
Per cui ecco il ricorso al terrorismo mediatico, il babau dell’utero in affitto, che c’entra come i cavoli a merenda ma che a furia di tirarlo in ballo tutti penseranno sia il convitato d’onore. E poiché al ridicolo non c’è fine, il misterofilo Blondet, personaggio in odor di antisemitismo e xenofobia, ma soprattutto specializzato nell’imbrattare la carta con tonalità tra l’apocalittico e il giullaresco, ha profetizzato che presto i cristiani saranno chiamati a “soddisfare sessualmente gli omosessuali”.
Ecco dunque in scena la menzogna, che più è sfacciata più sarà credibile, che più è ripetuta e più somiglierà alla verità come già intuiva il Goebbels. Ecco nuovamente oliata l’arma così cara a chi ha costruito fortune millenarie su quella risorsa possente e inestinguibile che è la paura. Paura dell’aldilà e di giudizi insindacabili con annessa dannazione, ma anche paura di violare gli schemi e offendere quel mos maiorum che lava via il disordine negli angoli in cui la legge per disattenzione non arriva.
Non è vero che un diritto una volta sancito non ce lo portano più via, nemmeno se è un diritto claudicante, nemmeno se è sintomo di un progresso civile così lento che a ben guardare potrebbe pure essere un arretramento, nemmeno se (come alcuni sostengono) tutto ciò serve solo a distrarci mentre continuano a sottrarci sicurezza, welfare, lavoro, fiducia nel domani. Ciò che non possono più rubare è solo ciò per cui non ci si dimentica di lottare.

A’ la guerre comme à la guerre

La caduta dei governi democratici in Argentina e in Brasile fa sorgere una domanda: ma come si può restare al governo per più di un decennio e permettere ai predoni neoliberisti di continuare a controllare l’informazione televisiva?
E’ evidente che stiamo cercando di mostrarci corretti combattendo contro un nemico che corretto non lo è, né lo è mai stato. Laddove si brinda al successo elettorale e ci si adagia prima di aver estromesso il nemico da ogni ganglio della società, compreso quello mediatico, presto o tardi ci si ritrova nella triste condizione di dover rifare tutto daccapo.
Da parte nostra è davvero assurdo trattare con correttezza quei poteri che considerano nemici tutti coloro che si frappongono alla loro insaziabile sete di profitti. Loro sono in guerra, noi fingiamo di credere che sia possibile vincere evitandola.

Scivolar tra vacanti leggi

Abbiamo una legge che stabilisce la cessazione della propaganda elettorale durante il giorno delle elezioni e in quello immediatamente precedente. Risale al 1956 e nonostante sia stata ritoccata alcune volte, in questi anni nessuno ha pensato di aggiornare la normativa riguardo all’uso del web, che sta diventando il maggior veicolo di propaganda politica. Cosicchè anche oggi, giorno di voto, fioccano i santini elettronici con cui si cerca di rubacchiare qua e là gli ultimi consensi prima del verdetto.
E poiché il pesce puzza sempre dalla testa, ci si mette anche il prode Gentiloni, che ancora ieri faceva pubblicità al piddino Giachetti, candidato sindaco a Roma.
Nel dubbio su come debba essere interpretata la normativa, non stupisce che il ministro degli esteri italiano preferisca darne una lettura il più possibile lassista e immorale. D’altra parte sappiamo che non si diventa yes-man dei gringos mostrandosi incorrotti.
E allora mi ci metto anch’io, visto che c’è ancora tempo. Con la presente invito chiunque a tenersi alla larga dal simbolo e dai candidati del Pd, su qualunque poltrona di sindaco o consigliere comunale cerchino di posare la loro faccia (pardon, il loro deretano).