Promesse facili

I pentastellati hanno vinto le elezioni promettendo di distribuire quattrini, il che è ben difficile se poi si accetta di restare nella gabbia nazi-europea. Così difficile che adesso tutti quanti hanno capito che verrà distribuita poca roba, a poche persone e per giunta a condizioni proibitive.
I leghisti sono stati più accorti perchè hanno promesso solo di bastonare i poveracci incolpandoli d’ogni sventura collettiva, il che è assai più semplice, non costa niente ed i gerarchi europei non trovano nulla da ridire.
Ecco perchè in questa raffazzonata diarchia la Lega avanza e il Cinquestelle arretra.
Promettere cattiveria è sempre redditizio perchè è un impegno che si può mantenere sdoganando quella che già nasce in automatico dal bisogno e dalla paura. I soldi invece bisogna prima sottrarli a chi ne ha troppi, il che comporta una sfida ed una lotta. E questi ominicchi della provvidenza non sono qui per lottare, ma per saltare in groppa all’esistente, lasciarlo galoppare e sentire il vento di un finto potere tra i capelli.

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A lezione da von Clausewitz

Alle elezioni regionali abruzzesi non partecipa nessun partito della sinistra d’alternativa: ci sono i centrosinistri, i centrodestri, i pentastellati e i fascisti.
Praticamente è un po’ come votare in Ucraina.
Ancora una volta esemplare la strategia di Rifondazione, che avrebbe potuto benissimo puntare alla soglia di sbarramento del 4% quasi da sola (contando che alle scorse regionali era al 3% e vanta oggi un segretario abruzzese).
E invece no. Ha preferito passare il tempo ad attendere le decisioni di SinistraItaliana (ne sopravvivono diversi esemplari alle pendici della Maiella) nella vana speranza di costruire una lista di “coalizione sociale”. Insomma qualsiasi cosa pur di non presentarsi col proprio simbolo, altrimenti poi c’è il rischio che la gente pensi che in Italia esiste ancora una presenza comunista.
Il risultato, ampiamente prevedibile visto che è accaduto lo stesso alle scorse regionali, è che i sinistri italiani hanno seguito il richiamo della foresta e si sono accodati al Pd, mentre l’alternativa del NoiCiSiamo, IlTempoE’Ora, AccettiamoLaSfida e PiripìPiripò ha perso tempo, non ha raccolto le firme necessarie e quindi non si presenta.
Questa sì che è strategia, compagni!

Disguidi postali

Il Di Maio scrive una lettera aperta al direttore di Le Monde spiegando i motivi che l’hanno spinto ad intrattenersi con i rappresentanti dei gilet gialli. Apre e chiude la missiva la sottolineatura della storica amicizia tra i due popoli e i due governi, con un toccante riferimento alla “millenaria tradizione democratica” francese, che scopriamo così risalire come minimo ai primi re Capetingi ed ai loro vassalli.
Il corpo della lettera è però dedicato tutto ai miracoli del nostro governo a beneficio del felicissimo popolo italiano che d’ora in poi, a differenza dei cugini d’oltralpe, tra decollo dell’occupazione, soppressione d’ogni malaffare e pioggia di quattrini su ogni bisognoso, non avrà proprio più motivo di lamentarsi. Tanto che da noi “i gilet gialli lo indossano i pensionati d’oro a cui abbiamo tagliato la pensione o il vitalizio da privilegiati”.
Che bomba! Adesso chissà se manderà anche la polizia a menarli, come è millenaria consuetudine a Parigi.
Si può immaginare lo spasso del direttore del quotidiano francese, a cui è stata recapitata per errore una lettera che era evidentemente indirizzata agli italiani, affinché potessero gioire per aver imbroccato il voto giusto e mandato a dirigere la baracca quegli infaticabili che la rimetteranno in sesto. Ma si sa come funzionano le poste italiane!

Dagli amici mi guardi Iddio

Guaidò è un perfetto signor nessuno, improvvisamente inserito nel ruolo di presidente farlocco senza nemmeno essere passato dalle urne e con un passato politico assai modesto. Trovo strano che le oligarchie economiche abbiano deciso di cucire una simile faccia sulle loro bandiere golpiste, invece di utilizzare altri che nel paese sono sempre stati più conosciuti e seguiti dai ceti possidenti, tipo Capriles o Lopez (il primo controlla una quota importante dei mezzi d’informazione venezuelani e il secondo vanta riconoscimenti a livello internazionale, naturalmente nella cerchia dei valletti di Washington).
Qualcosa lascia però pensare che se Guaidò, per età, esperienza e notorietà, non sembra molto adatto al ruolo che gli è stato affibiato, lo sarebbe certamente come vittima sacrificale per mobilitare le opinioni pubbliche contro Maduro. Ora, immaginiamo che qualcuno spari da un tetto a Guaidò al termine di un comizio, o mentre torna a casa dalla sua mogliettina tanto carina, o che la sua auto salti su una mina anticarro mentre sta andando ad arringare le folle.
Chi può essere stato? Ma che domande! E’ stato Maduro, naturalmente!
Segue l’indignazione generale e l’opinione pubblica americana (cui sappiamo quanto sia facile far credere che i propri presidenti siano uccisi dai mattoidi o che i grattacieli di cento piani si sbriciolino se colpiti da un aereo), sarebbe pronta ad accettare l’intervento armato contro il “regime” di Caracas. Beninteso, gli Usa fornirebbero solo l’appoggio aeronavale perchè sul terreno valgono una cippa e devono servirsi di mercenari o di truppe di paesi terzi.
A me sembra uno scenario abbastanza in linea con il livello di inventiva yankee, senza contare che ci sono già numerosi casi precedenti, tra cui l’uccisione di Nemtsov, altro signor nessuno mandato all’altro mondo mentre passeggiava per Mosca e per i detrattori di Putin molto più utile da morto che da vivo.
Siamo nel campo delle ipotesi naturalmente, forse addirittura della fantapolitica. Ma se fossi in Guaidò, mi guarderei soprattutto dagli “amici”.

+servi

I +europei della scuderia Bonino si lamentano perchè il governo italiano non si è subito unito al trio Merkel-Macron-Sanchez nel sostegno al golpista venezuelano Guaidò.
A lanciare l’accusa è il DellaVedova, le cui gesta ineffabili l’hanno condotto dai radicali a Forzaitalia e da qui ai seguaci di Fini, per poi virare su Monti e trovare infine lavoro presso Renzi e poi Gentiloni. Ma restando sempre radicale nell’animo, cioè inserviente degli interessi americani da questa parte dell’oceano.
Con questa nuova uscita si palesa ancor più chiaramente l’idea che i radicali hanno sempre avuto della sovranità popolare: le elezioni deve vincerle un servo dei poteri finanziari, altrimenti non sono valide.

Visibilità gratuita

Io credo che Salvini sia consapevole che se posta una foto in cui mangia un cannolo, o un’arancina, o la nutella, o sgrana il rosario etc, a migliaia si precipiteranno a commentare e soprattutto a moltiplicare la sua foto per mille, cosicché avrà ottenuto senza sforzo l’obiettivo di far arrivare quotidianamente la sua faccia in ogni casa e su ogni dispositivo.
Credo anche che Salvini sappia bene quanto il consenso di cui gode un personaggio dipenda dalla sua visibilità e quanto l’incremento nei sondaggi sia direttamente proporzionale alla frequenza con cui si riesce a carpire l’attenzione collettiva.
Nel bene o nel male non fa quasi differenza, soprattutto quando l’elettorato non si chiede nemmeno che cosa c’è dietro un volto.

Quel sentiment tra noi

Gli addetti ai sondaggi, quelli che assegnano valore epocale a variazioni dello 0,5% dopo aver intervistato sì e no trecento persone su sessanta milioni, sembrano aver trovato un nuovo termine con cui baloccarsi: è il “sentiment”, alla cui traduzione si può arrivare anche aggiungendo una vocale e che, come è intuibile, si riferisce allo stato d’animo, alla tendenza, propensione, inclinazione, disposizione, orientamento etc.
Ma essendo termini questi presenti nel dizionario italiano, sono inadatti per questi provinciali da tastiera che vanno in brodo di giuggiole quando trovano un anglicismo da aggiungere alla pletora di termini già importati senza motivo.
D’altra parte i nani hanno in ogni epoca i loro trampoli; dal gusto di spruzzare locuzioni latine qua e là nel discorso si è arrivati alla ricerca di vocaboli anglosassoni ancora inediti di qua dell’arco alpino, che resta comunque il confine naturale di arretratezze senza tempo.

Dx vs Dx

A scontrarsi non sono più destra e sinistra ma solo due destre; quella costruita intorno all’avidità e all’insaziabilità dei poteri economici e quella populista, sorretta da impalcature nazionaliste e fascistoidi.
Non hanno finalità diverse ma modi diversi di garantire la continuità del medesimo sistema. Ed è perfino difficile definirle destre, poiché la destra senza la sinistra, o viceversa, smarrisce la sua accezione originaria.
Scontro inedito per chi è vissuto in epoche in cui queste due fazioni erano alleate quasi indistinguibili, essendo minacciate da un nemico comune, un proletariato armato di una diffusa e crescente coscienza di classe.
In pochi decenni lo scenario è mutato e l’opposizione al sistema vive oggi in poche oasi di consapevolezza perse in un deserto di rassegnazione e di cecità autoindotta; se non avrà memoria per i successi e disastri del proprio passato, smarrirà anche le basi da cui ripartire.
Al presente, il duello non è tra classi sociali, ma tra la nobiltà possidente e chi sgomita per farne parte. La politica al tempo dei Cesari non aveva connotazioni molto diverse.

Déjà vu

Il governo Macron, che ormai rischia di cadere sotto i colpi dello scontento generalizzato e dei continui scioperi contro le manovre lacrime&sangue che ha deciso di imporre fin dal suo insediamento, decide di riconquistare il consenso interno attraverso la riproposizione di anacronistiche ambizioni di potenza.
Il presidente convoca quindi gli alti comandi delle forze armate e durante una riunione segreta che passerà alla storia come “nuit des épingles” (o “notte degli spilli”, in quanto i partecipanti passano in rassegna i paesi da aggredire applicando spilli colorati su una grande mappa del mondo alla parete, per poi doverli escludere quasi tutti) prende la decisione irrevocabile.
Approfittando del fatto che il grosso dei reparti italiani si trova sparpagliata in missione in tre continenti, truppe francesi superano il confine italiano in direzione di Aosta, della valle di Susa e della riviera ligure. In un proclama letto alla televisione a reti unificate verso l’alba del giorno successivo, vengono rivendicati i territori dell’intera valle d’Aosta nonché delle province di Cuneo e di Imperia. D’altra parte la resistenza all’invasione è quasi ovunque simbolica e le colonne francesi avanzano senza quasi sparare un colpo.
Poco dopo mezzogiorno, apprendendo che Aosta è caduta senza combattere e che i reparti francesi avanzano tra ali di folla festante, il governo italiano si riunisce in quello che passa alla cronaca come “pomeriggio di villa Taverna” (che è la residenza dell’ambasciatore Usa a Roma; infatti per tutto il tempo i convenuti provano invano a contattare il diplomatico e non approdano ad alcuna decisione).
Mentre i rapporti dal confine nord-ovest disegnano un quadro sempre più inquietante, a sera il governo fugge a Pescara, dove è già in attesa una nave che li porterà a Brindisi. Nella notte successiva devono intervenire i carabinieri per sedare i tafferugli scoppiati tra le più alte cariche istituzionali con le loro famiglie ed un nutrito stuolo di alti ufficiali (anch’essi con famiglia al seguito) che sgomitano per imbarcarsi.
Rimasti privi di ordini, i reparti italiani si sbandano quasi subito, dalla Bosnia al Libano, dall’Afghanistan al Niger. Più o meno la stessa cosa accade in patria, dove però si registrano anche isolati episodi di resistenza. Un gruppo di NoTav si copre di gloria nel vallone del Clarea, respingendo un intero battaglione di Chasseurs con l’impiego di fionde ed una manciata di petardi. Presso Vinadio, veterani alpini di un raduno locale bloccano per diverse ore l’avanzata di alcune compagnie nemiche inaugurando in battaglia l’impiego dei fiaschi-molotov.
Ma sono casi sporadici. L’avanzata francese prosegue inarrestabile, mentre fallisce l’intervento di uno stormo di nuovissimi f-35 italiani, che a causa della nebbia non riescono ad individuare i bersagli.
Il giorno successivo, mentre i reparti di punta francesi sono ormai in vista di Torino, il governo da Brindisi chiede i termini della resa e la sera stessa accetta la dolorosa perdita dei territori rivendicati dall’aggressore.
Mentre a Parigi la gente si riversa in strada per festeggiare la vittoria e Macron intona la Marsigliese sotto il colonnato di palais Bourbon in un tripudio di folla e bandiere, a Bolzano si decide la secessione dell’alto Adige (pardon, sud Tirolo) e la sua riunificazione all’Austria. Pochi giorni dopo prendono analoga decisione i consigli regionali del Triveneto e della Lombardia, con l’eccezione di Venezia che si proclama repubblica autonoma.
Le truppe francesi assumono intanto il controllo “temporaneo e cautelativo” di quel che rimane del Piemonte e della Liguria, un eufemismo con cui si procede all’annessione definitiva anche di questi territori.
Poi è la volta della Sicilia, che si proclama indipendente e convoca un referendum repubblica-monarchia da tenersi nei mesi successivi. Segue a ruota la proclamazione dell’indipendenza sarda, il cui consiglio regionale avvia consultazioni con la Catalogna per la formazione di un’entità politica comune.
Intanto a Roma è il caos. Gruppi neofascisti perlopiù appartenenti a Casapound cercano di assumere il controllo dei centri nevralgici cittadini, ma vengono messi in fuga quasi ovunque da forze eterogenee tra cui spiccano elementi della sinistra antagonista, gruppi di immigrati e guardie svizzere. In un toccante discorso alla nazione dai microfoni di Saxa Rubra, Di Maio si autonomina Garante della Repubblica, promette la riunificazione del paese e la redazione di una nuova carta costituzionale, ma nei confusi eventi che ne seguono viene catturato dai manifestanti e decapitato sotto lo sguardo delle televisioni straniere che immortalano la scena.
Infine il controllo della capitale viene affidato a papa Francesco I, in vista di consultazioni elettorali la cui data non viene però indicata. L’amministrazione papale si estende in breve all’intero Lazio ed a tutte le province che ne fanno richiesta e che vanno dalla Romagna all’Abruzzo.
Altrove il territorio risulta frammentato in una lunga teoria di potentati locali, mentre l’infante di Spagna in visita a Napoli viene acclamato a lungo dalla popolazione e indotto sui due piedi ad accettare l’incarico di Viceré, il cui controllo si estende presto alle restanti regioni meridionali.
Il governo si scioglie e dei suoi componenti si perdono le tracce. Secondo voci non confermate, l’ex presidente Mattarella sarebbe stato visto in un suk di Alessandria d’Egitto.

Morte di un gigante

fidel

Se ne va oggi, piegato dalle inflessibili leggi della Natura, questa figura gigantesca inversamente proporzionale alla piccola isola di cui ha retto le sorti per mezzo secolo. Per tre generazioni Fidel Castro è stato uno dei massimi simboli della Rivoluzione, non solo cubana ma planetaria, la cui importanza si evidenzia anche in virtù di quei 638 piani omicidi ideati ai suoi danni dalla Cia, record ineguagliabile che da una parte dimostra la ferocia del potente vicino e dall’altra l’eroismo di un popolo che ha sempre sopportato stoicamente gli effetti brutali dell’embargo economico pur di non tornare sotto gli artigli del capitalismo a stelle e strisce.
Cuba oggi non è più sola, nonostante sia orfana del suo leader. Ha sparso i suoi semi al caldo vento dei tropici ed alcuni di essi sono germogliati: Argentina, Bolivia, Uruguay, Brasile, Ecuador e Venezuela sono paesi i cui popoli cominciano a prendere coscienza dei propri diritti, non ultimo quello di una riconquistata sovranità di fronte al giogo coloniale delle oligarchie finanziarie statunitensi.
L’orticello di casa yankee si solleva e al di là delle vittorie o dei temporanei insuccessi locali, la storia di Cuba dimostra che ci si può togliere i ferri dai polsi e resistere alle rappresaglie del padrone.
Cuba non s’è mai rassegnata al ruolo di semplice isola nel processo rivoluzionario ma ne è stata anche sorgente. Fin dal sacrificio del “Che” nella giungla boliviana e ancora nel sostegno anche militare dato alle lotte di liberazione di diversi paesi africani, nel Congo come in Angola, è sempre prevalsa in Fidel Castro e nei suoi collaboratori l’idea che la Rivoluzione non può sopravvivere facendosi oasi nel deserto, ma deve al contrario diffondersi sfruttando ogni crepa che viene a crearsi tra i mattoni delle costruzioni reazionarie.
E allora questa sorgente diviene storicamente ancora più importante, poiché non soltanto ha resistito per decenni a testa alta al minaccioso vicino sfidandone la potenza, ma perché nonostante l’assedio commerciale ha saputo dare al proprio popolo quel che molti statunitensi possono solo sognare: un’assistenza sanitaria ed un’istruzione gratuite tra le migliori al mondo, la sicurezza nel domani e la dignità del lavoro, la consapevolezza di essere cittadini e non semplici vittime da sacrificare all’avido dio del profitto.
Oggi questo grande cuore della Rivoluzione ha cessato di battere, ma Fidel Castro è tra coloro che ci hanno fatto intendere che quando una luce si spegne, cento altre possono accendersi. E allora sta a noi fare in modo che questa triste giornata sia anche qualcos’altro.
Grazie compagno Fidel. Che la terra ti sia lieve.