Morte di un gigante

fidel

Se ne va oggi, piegato dalle inflessibili leggi della Natura, questa figura gigantesca inversamente proporzionale alla piccola isola di cui ha retto le sorti per mezzo secolo. Per tre generazioni Fidel Castro è stato uno dei massimi simboli della Rivoluzione, non solo cubana ma planetaria, la cui importanza si evidenzia anche in virtù di quei 638 piani omicidi ideati ai suoi danni dalla Cia, record ineguagliabile che da una parte dimostra la ferocia del potente vicino e dall’altra l’eroismo di un popolo che ha sempre sopportato stoicamente gli effetti brutali dell’embargo economico pur di non tornare sotto gli artigli del capitalismo a stelle e strisce.
Cuba oggi non è più sola, nonostante sia orfana del suo leader. Ha sparso i suoi semi al caldo vento dei tropici ed alcuni di essi sono germogliati: Argentina, Bolivia, Uruguay, Brasile, Ecuador e Venezuela sono paesi i cui popoli cominciano a prendere coscienza dei propri diritti, non ultimo quello di una riconquistata sovranità di fronte al giogo coloniale delle oligarchie finanziarie statunitensi.
L’orticello di casa yankee si solleva e al di là delle vittorie o dei temporanei insuccessi locali, la storia di Cuba dimostra che ci si può togliere i ferri dai polsi e resistere alle rappresaglie del padrone.
Cuba non s’è mai rassegnata al ruolo di semplice isola nel processo rivoluzionario ma ne è stata anche sorgente. Fin dal sacrificio del “Che” nella giungla boliviana e ancora nel sostegno anche militare dato alle lotte di liberazione di diversi paesi africani, nel Congo come in Angola, è sempre prevalsa in Fidel Castro e nei suoi collaboratori l’idea che la Rivoluzione non può sopravvivere facendosi oasi nel deserto, ma deve al contrario diffondersi sfruttando ogni crepa che viene a crearsi tra i mattoni delle costruzioni reazionarie.
E allora questa sorgente diviene storicamente ancora più importante, poiché non soltanto ha resistito per decenni a testa alta al minaccioso vicino sfidandone la potenza, ma perché nonostante l’assedio commerciale ha saputo dare al proprio popolo quel che molti statunitensi possono solo sognare: un’assistenza sanitaria ed un’istruzione gratuite tra le migliori al mondo, la sicurezza nel domani e la dignità del lavoro, la consapevolezza di essere cittadini e non semplici vittime da sacrificare all’avido dio del profitto.
Oggi questo grande cuore della Rivoluzione ha cessato di battere, ma Fidel Castro è tra coloro che ci hanno fatto intendere che quando una luce si spegne, cento altre possono accendersi. E allora sta a noi fare in modo che questa triste giornata sia anche qualcos’altro.
Grazie compagno Fidel. Che la terra ti sia lieve.

L’informazione ai tempi della Brexit

L’idea che gli inglesi abbiano potuto votare per decidere se stare dentro la gabbia della Ue o meno, manda in bestia i giannizzeri dell’Europa neoliberista. Non passa giorno in cui quella propaganda di regime che per inerzia continuiamo a definire “informazione”, non se ne inventi una per dire che siamo alla fine del mondo. I vecchi rubano il futuro ai giovani, la sterlina sprofonderà, l’inflazione andrà alle stelle, i supermercati si svuoteranno ed ogni altra piaga si riverserà sull’isola ribelle, dove hanno vinto gli hoolingans, quelli che sparano alle deputate e quelli che gridano slogan razzisti. Qualcuno si è spinto a dire che nella perfida Albione sta arrivando il nazismo, ma sono gli stessi che invece sono contenti se i nazisti vanno al governo in Ucraina con un colpo di stato.
E non è finita. Secondo gli stessi terroristi mediatici, scozzesi e nordirlandesi dalla Ue non ci vorrebbero proprio uscire e per continuare a restarci sarebbero addirittura disposti alla secessione. Non so in base a che cosa vengono sparate queste enormità e comunque al referendum hanno votato anche loro e sapevano bene che o usciva dalla Ue tutto il Regno Unito o niente.
Inoltre appena ieri gli scozzesi avevano votato per restare sotto il cappello della regina e non certo per amore della Ue.
Insomma, chi controlla l’ufficio propaganda evidentemente è preoccupato dal fatto che altri paesi possano seguire l’esempio. Non certo l’Italia dove ci son cose che dobbiamo subire senza poter decidere, non certo la Grecia dove l’astuta strategia del masaniello della Plaka ha nel mugugno il suo atto supremo di disobbedienza, però magari in altri paesi sì. A cominciare dalla Spagna e dal Portogallo, dopodiché l’intera costruzione verrebbe giù come un castello di carte portandosi dietro anche la moneta unica.
Insomma, si è messo in moto un qualcosa che tutti pensavano potesse eventualmente avere inizio solo nell’imbelle mondo dei Pigs e invece guarda un po’ dove si annidava la resistenza!
Dire che ne sono terrorizzati è forse esagerato, ma a giudicare dall’allarme continuo suonato dai notiziari e dai pennivendoli di regime, pare di capire che la gabbia che le oligarchie finanziarie hanno stretto intorno ai popoli sarà in futuro meno solida.
Sia il pupo Obama sia coloro che tirano i suoi fili fanno la faccia storta perchè le probabilità di serrarci il lazo del Ttip intorno al collo a questo punto diminuiscono, dato che i governi inglesi erano il loro cavallo di Troia in terra europea. E non manca chi propone un referendum-bis, perchè per costoro il voto è strumento di democrazia a seconda del risultato; ad esempio se in Crimea votano per tornare alla Russia non vale, mentre se i kossovari votano per separarsi dalla Serbia allora va bene.
Tutto ciò una cosa ce la fa capire e cioè il livello di antidemocrazia in cui siamo sprofondati in questi anni di egemonia del capitalismo finanziario, di primato del profitto dei pochi sui diritti dei molti. Un’unione europea siffatta, gestita attraverso queste regole e dominata da una banda di speculatori senza coscienza, semplicemente non ha il diritto di esistere ed è bene che si estingua. Chiunque esce da questa follia in terra merita i migliori auguri.

Vergogne sotto l’elmetto

Siamo di nuovo in guerra e di nuovo a nostra insaputa. A differenza di quanto accadeva ai tempi dei Savoia, quando le nostre aggressioni venivano strombazzate ai quattro venti salvo poi risolversi generalmente (e per fortuna!) in sonore sconfitte, dal governicchio D’Alema in avanti i militari italiani vengono inviati in zona di guerra senza che giornali e tv ne diano notizia e senza nemmeno il consenso del Parlamento. E’ sufficiente che i padroni americani ce lo chiedano ed eccoci pronti a partire. I costi gravano e graveranno su tutti noi, che siamo usi a indignarci per il vitalizio di tremila euro al mese all’on. Taldeitali ma non per gli ottanta milioni al giorno di spese militari.
Dall’inizio di questo mese sulla linea del fronte turco-siriano ci sono le batterie antiaeree italiane, il cui compito si presume sia quello di colpire eventuali aerei “nemici” che dovessero entrare nello spazio aereo turco. I “nemici” sono naturalmente i siriani e i russi, e ancor più naturalmente lo sono perchè così hanno deciso a Washington e sappiamo che ogni buon servo vede come nemico il nemico del proprio padrone.
Se lustrando le scarpe ai gringos capiterà che qualcuno si farà male, non è detto che noi lo si venga a sapere, perchè i primi ad entrare in guerra sono sempre i mezzi d’informazione e i nostri sono già sull’attenti da un pezzo. D’altra parte, ci hanno forse informati che l’uranio disseminato dagli americani in Jugoslavia ha già causato la morte di 330 militari italiani, più altri 3765 contaminati (ufficialmente “feriti”)? L’ultimo è morto un mese fa e tutto lascia pensare che non sarà l’ultimo. Si può solo immaginare quante vittime questo atto criminale abbia già provocato tra la popolazione locale, ma anche questi numeri restano per noi un mistero.
I padroni d’oltreoceano confezionano con materiale radioattivo le ogive delle munizioni, che poi usano sul territorio dei paesi che intendono aggredire, il che è un bel modo per far fuori una certa quota di scorie delle loro centrali nucleari. Quindi arriviamo noi, i fidi domestici, a raccogliere quel che rimane sul terreno, ma dato che l’equipaggiamento idoneo per tale mansione sarebbe costoso, ecco all’opera i fantaccini con i soli guanti in lattice, condannati a morte con la complicità di governi le cui uniche vere missioni umanitarie sarebbero le dimissioni. E con quella di un cosiddetto primo cittadino che di questa strage non parlava, però scalpitava per avere indietro i due marò.

Fuori di qui

La Gran Bretagna uscirà dalla gabbia della Ue e le destre locali esultano. Non perchè uscire dalla Ue sia una cosa di destra, ma perchè le “sinistre” hanno regalato loro il diritto di rappresentare lo scontento di coloro che in questa gabbia non ci vogliono più stare. E’ una sconfitta per coloro che non hanno il coraggio di mettere in discussione l’esistente, che pensano di dover “cambiare le cose dall’interno”, che parlano di piani A, B, C ed ogni altra lettera dell’alfabeto della rassegnazione.
Se ora seguirà qualcosa di brutto, sarà il rafforzamento dei nazionalisti ma la colpa è di chi ha lasciato a costoro il compito di incarnare la ribellione ai trattati-capestro imposti dalle oligarchie finanziarie.
Dopodiché si spera almeno che i nazionalismi siano uno strumento idoneo per spezzare l’unità dei paesi finora asserviti alla politica imperialista d’oltreoceano. A chi ci racconta che il trionfo dei nazionalismi è l’anticamera della guerra, si può facilmente rispondere che sull’orlo di una guerra ci siamo già e ci siamo arrivati seguendo docilmente i diktat di Washington e del Fmi, cioè di coloro che intendevano anteporre gli interessi del capitalismo finanziario alle sovranità nazionali.
Si diceva da tanto tempo che lasciare l’arma del populismo alle destre nazionaliste era un pericolo e che così si rischiava di uscire da questo incubo dalla porta sbagliata, con grave nocumento per i diritti e la democrazia. Ma la “sinistra” in quasi tutte le sue declinazioni da questo orecchio non ci sente, ha illuso l’elettorato con le finte unità senza programma, con i suoi masanielli ed i suoi Tsipras, con l’idea folle di potersi ritagliare una nicchia di sopravvivenza all’interno di un ambiente sempre più ostile a tutto ciò che odora di civlltà.
Ora aspettiamoci pure l’arrivo di tutto ciò che da sempre deve soffrire chi difetta di coraggio. E tutto potremo raccontare ai nipotini, ma non che non ce la siamo cercata.

La Cirinnà eccola qua

Se devo dire la verità, non mi aspettavo tutto questo rigurgito oscurantista perfino dopo l’approvazione di una legge che sostanzialmente mette nero su bianco l’inferiorità giuridica degli omosessuali (il che a ben vedere dovrebbe risultare appagante per il pretume).
Pensavo invece che la canea dei reazionari in porpora e dei loro inservienti si placasse una volta concluso il braccio di ferro parlamentare. Mi sbagliavo; dopotutto nemmeno nella migliore stagione di partecipazione e avanzamento sociale costoro s’erano arresi all’approvazione della legge sul divorzio, né a quella che regolamentava l’interruzione di gravidanza. Anche allora la loro tracotanza fu tale che ricorsero a referendum abrogativi nella speranza di riportare le cose come stavano prima, naturalmente cavalcando qualsiasi falsità e agitando ogni sorta di spauracchio.
E persero, così come probabilmente perderebbero oggi. Perfino Alfano, gran ciambellano cui spetta tracciare i confini entro i quali le coppie omosessuali avranno diritto di festeggiare la tanto attesa legittimazione, ha suggerito prudenza ai suoi sodali, poiché una sconfitta dei clericali su tali norme ancora calde di promulgazione darebbe forza a noi che vogliamo la parità di diritti e non una sua parodia.
Per cui ecco il ricorso al terrorismo mediatico, il babau dell’utero in affitto, che c’entra come i cavoli a merenda ma che a furia di tirarlo in ballo tutti penseranno sia il convitato d’onore. E poiché al ridicolo non c’è fine, il misterofilo Blondet, personaggio in odor di antisemitismo e xenofobia, ma soprattutto specializzato nell’imbrattare la carta con tonalità tra l’apocalittico e il giullaresco, ha profetizzato che presto i cristiani saranno chiamati a “soddisfare sessualmente gli omosessuali”.
Ecco dunque in scena la menzogna, che più è sfacciata più sarà credibile, che più è ripetuta e più somiglierà alla verità come già intuiva il Goebbels. Ecco nuovamente oliata l’arma così cara a chi ha costruito fortune millenarie su quella risorsa possente e inestinguibile che è la paura. Paura dell’aldilà e di giudizi insindacabili con annessa dannazione, ma anche paura di violare gli schemi e offendere quel mos maiorum che lava via il disordine negli angoli in cui la legge per disattenzione non arriva.
Non è vero che un diritto una volta sancito non ce lo portano più via, nemmeno se è un diritto claudicante, nemmeno se è sintomo di un progresso civile così lento che a ben guardare potrebbe pure essere un arretramento, nemmeno se (come alcuni sostengono) tutto ciò serve solo a distrarci mentre continuano a sottrarci sicurezza, welfare, lavoro, fiducia nel domani. Ciò che non possono più rubare è solo ciò per cui non ci si dimentica di lottare.

A’ la guerre comme à la guerre

La caduta dei governi democratici in Argentina e in Brasile fa sorgere una domanda: ma come si può restare al governo per più di un decennio e permettere ai predoni neoliberisti di continuare a controllare l’informazione televisiva?
E’ evidente che stiamo cercando di mostrarci corretti combattendo contro un nemico che corretto non lo è, né lo è mai stato. Laddove si brinda al successo elettorale e ci si adagia prima di aver estromesso il nemico da ogni ganglio della società, compreso quello mediatico, presto o tardi ci si ritrova nella triste condizione di dover rifare tutto daccapo.
Da parte nostra è davvero assurdo trattare con correttezza quei poteri che considerano nemici tutti coloro che si frappongono alla loro insaziabile sete di profitti. Loro sono in guerra, noi fingiamo di credere che sia possibile vincere evitandola.

Scivolar tra vacanti leggi

Abbiamo una legge che stabilisce la cessazione della propaganda elettorale durante il giorno delle elezioni e in quello immediatamente precedente. Risale al 1956 e nonostante sia stata ritoccata alcune volte, in questi anni nessuno ha pensato di aggiornare la normativa riguardo all’uso del web, che sta diventando il maggior veicolo di propaganda politica. Cosicchè anche oggi, giorno di voto, fioccano i santini elettronici con cui si cerca di rubacchiare qua e là gli ultimi consensi prima del verdetto.
E poiché il pesce puzza sempre dalla testa, ci si mette anche il prode Gentiloni, che ancora ieri faceva pubblicità al piddino Giachetti, candidato sindaco a Roma.
Nel dubbio su come debba essere interpretata la normativa, non stupisce che il ministro degli esteri italiano preferisca darne una lettura il più possibile lassista e immorale. D’altra parte sappiamo che non si diventa yes-man dei gringos mostrandosi incorrotti.
E allora mi ci metto anch’io, visto che c’è ancora tempo. Con la presente invito chiunque a tenersi alla larga dal simbolo e dai candidati del Pd, su qualunque poltrona di sindaco o consigliere comunale cerchino di posare la loro faccia (pardon, il loro deretano).

Niente da festeggiare

Tutti pronti a scendere in piazza con bandiere, sorrisi e spumante per festeggiare la dipartita del ducetto venuto dall’Arno? Non accadrà domani né dopodomani e tuttavia i giorni che gli restano sembrano essere molti meno di quanto prevedono le scadenze istituzionali.
Duemiladiciotto? Ma nemmeno per sogno. Forse il diciassette oppure perchè no addirittura quest’anno. Magari anche stavolta si brinderà fino a notte fonda e se sarà estate non verranno risparmiati bronzi e marmi di monumenti e fontane, che già usurati dall’incuria del regime per tutto ciò che odora di cultura potranno ben sopportare le pedate di qualche scalatore alticcio.
E poiché la memoria ci fa difetto, quasi non ricordiamo più ciò che accadde all’indomani dell’addio politico a colui che del ducetto fu precettore, da allora scomparso nell’abbraccio dei suoi trastulli privati. Altrimenti non si sarebbe certo brindato all’uomo in loden che alla frequentazione delle ragazzine preferiva quella delle banche e dei loro biscazzieri.
Ma tant’è, se l’immagine della novità ci affascina è anche vero che subito si trasforma nella persuasione che era meglio quel che c’era prima ed è ovvio che scivolando verso il baratro la zolla di terra cui eravamo aggrappati ieri sembri un po’ meno cedevole di quella odierna.
Il ducetto sicuramente ode lo scricchiolio della propria posizione, che non è mai stata invidiabile perchè incastrata tra le fanfaronate sulla resurrezione economica e l’obbedienza a coloro cui deve la poltrona. E se costoro si accontentassero di avere al guinzaglio un premier che al servilismo associa quel tanto di populismo e di spacconate utili a mantenere un livello rassicurante di consenso, magari a fine legislatura il nostro potrebbe pure arrivarci.
Invece no. Per gli emissari delle oligarchie finanziarie, da Juncker a Dijsselbloem a Draghi a Schauble a madama Lagarde e giù giù fino al kapò addetto al parlamento europeo, consenso e voto popolare sono strumenti anacronistici e soprattutto ingombranti. Non ci dev’essere alternativa alle “riforme” imposte dal mercato, nemmeno in quella second life in cui è costretta l’immaginazione, non avendo più sponde nella realtà politica. Che poi è la stessa dottrina sposata da un presidente che è riuscito a giurare fedeltà sia allo Stato fascista che a quello antifascista e che ha concluso la sua ineffabile carriera scegliendo come badante il neoliberismo più spietato.
E’ da notare come i padroni del vapore, che sembravano piuttosto cauti all’indomani del golpe finanziario del 2008, siano diventati col tempo sempre più esigenti e che oggi siano spazientiti perfino da quei valletti che pur avendo reso le cancellerie europee dei vespasiani per le impellenze dei possidenti, non sono abbastanza rapidi nell’eseguire le direttive, o se ne stanno qualche minuto di troppo in corridoio nei pressi della macchinetta del consenso, come se il loro futuro politico dipendesse ancora dal suo funzionamento.
Così la supina sottoscrizione di tutti i trattati-capestro europei, lo svuotamento dello Statuto dei lavoratori, il Jobs act, le privatizzazioni, la deindustrializzazione galoppante, i continui attentati alla scuola pubblica e al servizio sanitario, la maniacale adesione ad ogni iniziativa militarista anche a detrimento degli interessi nazionali ed ora perfino una controriforma istituzionale che somiglia ad una marcia a passo dell’oca sulle pagine della Costituzione, tutto ciò evidentemente non basta, o non basta più a fare di Renzi un paggio meritevole di fiducia, se è vero che lo stesso Juncker dice di non avere più “interlocutori” a Roma per ciò che riguarda le questioni importanti.
Parole che pronunciate nell’olimpo del potere possono anche mettere fine a carriere promettenti ancorché spregevoli. Così il cameriere del Chiantishire, già diffidato e dimentico del fatto che il periodo di prova non ha mai scadenza, rischia di perdere il posto ben prima del termine naturale della legislatura.
La proposta disperata di una “bad bank” nostrana, espediente già utilizzato da altri paesi per salvare parte di un sistema bancario in fallimento, non è mai piaciuta alla Germania e nemmeno ad un sistema che vede come fumo negli occhi l’intervento dello Stato. Probabile quindi che non si farà, oppure che italianamente si opterà per vie di mezzo inefficaci. E c’è seriamente da chiedersi se i partner europei più famelici hanno interesse alla salvezza delle banche italiane o se non confidano in qualcosa di diametralmente opposto. Ma al di là di questi argomenti, destinati ad avere ricadute anche sul Def che in aprile è d’uso sottoporre genuflessi alla Commissione europea, l’impressione è che i maggiorenti del capitalismo finanziario siano ormai approdati a quel livello di tracotanza che induce a vedere nel rappresentante politico un semplice esecutore delle loro direttive. E d’altra parte non ha forse confessato lo stesso Soros, la cui franchezza fa spesso a gara con l’assoluta disumanità, che nei suoi propositi l’Europa tutta dovrebbe diventare una sorta di enorme Ucraina?
Ecco allora che il modello di politico ideale per la dittatura neoliberista nella sua forma più matura (e sperabilmente senile) non è il Renzi che gonfia il petto davanti all’elettorato e poi va a lustrare le scarpe al vero potere, bensì il Poroshenko, ma meglio ancora l’Eichmann, il robot cui è concessa la sola libertà di rendere la repressione del dissenso in termini via via più brutali.
Per cui, dato che ci vediamo spesso costretti a dire che si stava meglio con il gauleiter precedente, il giorno in cui quello attuale farà il discorso di commiato a quelle Camere già in parte sottratte al consenso popolare, sarà più logico risparmiare lo spumante e tenerlo da parte per tempi che siano davvero diversi e migliori. E già che ci siamo, coloro che hanno concesso sia fiducia che quattrini alle banche sarebbe meglio se andassero a riprendersi almeno questi ultimi, un po’ prima che si formino inutili code agli sportelli.
Si chiama bail-in, perchè si sa che di questi tempi l’inglese viene usato per confondere il cioccolato con altre sostanze cromaticamente affini.
Le orde della barbarie neoliberista non sono mai state tanto vicine e allora per precauzione si tesaurizzi, come facevano gli antichi romani riempiendo di monete le anfore di casa, con ciò testimoniando l’angoscia di quelle epoche che ogni tanto ci troviamo a rivivere.

Gelide sabbie di Hollywood

Se si vuole cogliere il senso esatto del termine “americanata”, si vada a vedere “Sopravvissuto – the martian” di Ridley Scott (quello di Alien e Blade Runner, che al tempo furono ben altra cosa), dove il protagonista Matt Damon è qui chiamato a vestire i panni del naufrago spaziale, creduto morto e abbandonato sul pianeta rosso dai suoi compagni di missione.
Il cinema ha già sfruttato altre volte il tema del Robinson Crusoe, talvolta con pregevoli risultati (si pensi ad esempio a “Cast away” di Zemeckis), ma approfittandone per sottolineare l’innaturale rapporto dell’uomo con la solitudine, animale indomabile che si può cavalcare solo in direzione della follia.
E certo che se lotta per la sopravvivenza dev’essere, non si può fare a meno di soffermarsi intorno alla forza d’animo non comune dello sventurato, al suo ingegno, alla capacità di risollevarsi nonostante i continui e quasi iperbolici accanimenti della natura. Ma nell’odissea marziana di Scott si entra a piedi pari nel territorio del superuomo, cioè di un fenomeno che dopo un anno e mezzo di totale solitudine non ha ancora perso nulla della propria lucidità mentale e nemmeno del proprio humor.
E’ vero che al Damon scappa una lacrimuccia alla fine quando lo vanno a salvare, ma è roba di pochi secondi. Dopotutto anche lui viene dal paese di John Wayne e di Terminator.
Sorvoliamo pure su qualche inciampo nell’accuratezza scientifica: se è vero che una spedizione su Marte non potrebbe trattenersi più di due mesi senza condannare i suoi componenti alla morte per leucemia, pare che le radiazioni solari al nostro eroe facciano un baffo. E che sia un fuoriclasse è dimostrato anche sul finire della pellicola, quando nello spazio oltre la rarefatta atmosfera marziana viene baciato dal sole senza riportare la distruzione delle retine. Che poi sia possibile resistere tutto quel tempo mangiando solo patate coltivate in uno stanzone concimando la sabbia marziana con i propri escrementi, sarebbe interessante verificarlo ma qualche dubbio è lecito.
Peccatucci perdonabili in una storia che ci parla di sopravvivenza in condizioni proibitive. Sennonché l’impressione è che si vada ad uccidere una bella trama sulla passerella delle capacità inventive del protagonista, in una sequenza interminabile di soluzioni tecniche difficili da afferrare e da spiegare al pubblico. Pubblico che forse vorrebbe specchiarsi in un essere umano e non in un automa che in cinquecento giorni di esilio perde il sorriso solo quando sta finendo il ketchup da mettere sulle patate.
In ultimo, graziosa l’idea di mostrare per una volta che il mondo non si divide in americani e selvaggi. Infatti i discendenti di Rambo questa volta sono costretti a chiedere aiuto ai cinesi, che forniscono un contributo secondario ma comunque lo forniscono, a differenza dei russi che invece non si vedono proprio, non si sa se per scelta del regista o per le pressioni dei produttori.
Consiglio, se ci riuscite, di stare alla larga da questa pellicola. Non saprete mai che cosa vi siete persi ma almeno non avrete perso due ore.

Dacci oggi il nostro filmaccio quotidiano

Ieri sera è andata in onda su Rai3 la seconda e per fortuna ultima parte di “Fuga per la salvezza” di Kei Wessel, film che narra l’odissea dei poveri civili tedeschi in fuga dalla Prussia orientale, negli ultimi mesi di guerra. In fuga da che cosa? Ma dai cattivi dell’Armata Rossa che stanno avanzando, che domande!
E’ la seconda guerra mondiale raccontata ai tempi del Pd ma anche prodotto genuino nella Rai della presidente Maggioni, ancora fresca di investitura e di Bilderberg. Pellicola di non grandi pretese, essa ci rivela comunque qualcosa del clima da crociata che se non è più antisovietica resta purtuttavia antirussa, anticamera di quella guerra incombente che speriamo non abbia mai inizio ma che nel caso ci vedrà di nuovo impegnati nel raccattare le briciole delle rapine altrui. Ed anche questa volta dalla parte degli aggressori, come da liberale e poi fascista e poi repubblicana tradizione.
Non si tratta di revisionismo, almeno non nella sua veste più appariscente. Anche qui i nazisti sanno macchiarsi le mani di sangue, ma entro un quadro narrativo in cui sono invece i sovietici a vestire i panni degli orchi cattivi e in tal senso si può interpretare la scelta di non farli quasi mai apparire, se non in tre brevi episodi: nel primo uccidono un civile, nel secondo stuprano due donne e nel terzo mitragliano dall’aria una colonna di fuggitivi. Per il resto costituiscono una minaccia reale ma quasi invisibile, che resta dietro le quinte, un pericolo da cui tutti fuggono, perfino un gruppo di surreali prigionieri di guerra che all’idea della liberazione preferiscono la fedeltà ai propri padroni tedeschi.
D’altra parte indugiare con l’obiettivo sui soldati sovietici significherebbe regalare loro un qualche spessore psicologico, quella patente di umanità che il film si sforza invece di disconoscere. Dovendoli far apparire nelle poche scene suddette, essi non possono che essere brutali ma anche ubriachi e per giunta di aspetto fisico sgradevole.
Difficile dire che noi non si sia abituati a questo modo grottesco di mandare in onda la storia recente. In oltre mezzo secolo di televisione abbiamo visto palate di sbarchi in Normandia, manciate di volpi del deserto ed una quantità imprecisabile di altre storie ambientate sui fronti in cui l’Armata Rossa non doveva comparire. Ci sono state delle eccezioni, come ad esempio quella ruffianata di Annaud del “nemico alle porte”, dove naturalmente ci si assicura che anche a Stalingrado ai nazisti cattivi faccia da contrappeso la barbarica malvagità degli ufficiali sovietici.
Nulla sull’assedio di Leningrado, sulle battaglie di Kursk, di Sebastopoli, di Charkov, sulla controffensiva davanti a Mosca eccetera, nulla deve far pensare al telespettatore che il fronte orientale sia stato il teatro di gran lunga più importante di quel conflitto e tomba per la maggior parte delle sue vittime. Soprattutto nulla deve far sospettare che la liberazione dal nazifascismo la si deve ai 23milioni di caduti sovietici ben più che ai tremila americani rimasti ad Omaha beach.
Goebbels poverino la televisione non l’aveva ma ieri sera avrebbe apprezzato, forse si sarebbe pure commosso. Di certo gli sarebbe riuscito difficile dipingere l’homo sovieticus a tinte più fosche. Invece noi oggi abbiamo una discreta libertà d’informazione, ma solo riservata a chi la cerca e non la paga a scatola chiusa. Per tutti gli altri c’è sempre il canone tv e la dose quotidiana di propaganda di regime, sotto forma di berlinguere a mezzobusto o di filmacci dal sapore maccartista.
Bisogna saper scegliere. Se c’è una strada per la salvezza personale ma soprattutto collettiva, passa anche da qui.