Minibot e miniministri

Il ministro Tria corre tutto contento al G20 di Fukuoka per riferire la trovata del nostro governicchio circa il modo per pagare i debiti arretrati della pubblica amministrazione: si tratta dei minibot, una sorta di moneta travestita da titolo di Stato, insomma uno strumento ad uso interno su cui i “mercati” non potrebbero speculare.
I gauleiter del regime nazifinanziario sono criminali ma non stupidi e quindi bocciano subito l’idea. “Se sono titoli allora è debito, se è valuta allora non si può fare” tronca di netto Draghi, che sentendo parlare di alternative alla schiavitù del debito porta istintivamente la mano alla fondina.
Il ministro Tria allora se ne torna a casa con le pive nel sacco. Se qualcuno gli chiede spiegazioni lui si aggiusta gli occhiali alla radice del naso e poi esterna le sue perplessità: “se sono titoli allora è debito, se è valuta allora non si può fare” esclama dopo averci riflettuto un po’ su. E si capisce subito dal suo sorriso etrusco che laggiù in Giappone devono avergli accordato il permesso di subaffittare i pensieri.

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La zuppa e il pan bagnato

Chi ha votato Pd per contrastare la Lega somiglia un po’ a quelli che si aggrappano ai “valori” del cattolicesimo per contrastare il presunto pericolo islamico.
Non si rendono conto che non solo tale pericolo è infondato, ma che sia la Chiesa che l’Islam si battono per il medesimo modello di società: oscurantista, patriarcale e ferocemente intollerante.
Allo stesso modo qualcuno ritiene che il Pd sia lo strumento con cui arginare le “destre”, senza avvedersi che anche il Pd è, per programma e linea politica, un partito di destra. E che proprio il Pd ed i suoi alleati sono stati in questi anni i maggiori colpevoli del disastro economico e della perdita di sicurezza collettiva, elementi che da sempre sono il brodo di coltura dei fascismi.

Politiche ambientali

Dopo aver fatto tutta la campagna elettorale dicendosi alternativo al Pd, il giorno dopo le elezioni Fratoianni sposa la posizione contraria ed auspica una “apertura” a giro d’orizzonte, dal 5stelle a Zingaretti a Calenda. Forse addirittura alla Bonino, sempre che Soros sia d’accordo.
A parte il fatto che presumibilmente tutti costoro non sono molto ansiosi di allearsi con Fratoianni ed i parenti stretti che lo votano, non risulta che prima di questa uscita abbia consultato i suoi alleati della settimana scorsa e quindi al momento queste sembrano essere solo le sue posizioni personali, che evidentemente preludono ad un autonomo mutamento di strategia.
Se ne deduce che la nuova coalizione “LaSinistra” è già in fase di rottamazione dopo appena due mesi di vita, da fine marzo a fine maggio.
Poi non dite che non sono sensibili ai problemi ambientali: sono stati i primi a inventare il soggetto politico biodegradabile, che dura addirittura meno dei nuovi sacchetti per la verdura. So per certo che dalla lontana Svezia, Greta Thunberg tifava per loro.

Cuore matto

Da un po’ di tempo gli adoratori dei curdi e dell’improbabile repubblica del Rojava non si fanno più sentire. Sarà per l’imbarazzo, specie da quando è nato quel sodalizio d’interesse tra questi e gli americani. E perfino con gli israeliani, tanto per non farsi mancare niente.
Gli amori della nostra sinistra radicale e d’oltremare nascono un po’ così, come colpi di fulmine in cui il raziocinio è fuori luogo poiché valgono solo le incomprensibili ragioni del cuore. Più tardi si scopre che s’è trattato d’una sbandata ma è tardi per recuperare l’affidabilità perduta.
E’ stato così per le “primavere” arabe, nessuna esclusa, prima che si capisse che dietro c’erano le ong del neocolonialismo occidentale.
E’ bello che l’amore non abbia età, ma è meno bello che dalle esperienze del cuore non si impari mai nulla. Infatti adesso gli stessi che gioivano per le “rivoluzioni colorate” al Cairo, a Bengasi o a Tunisi (eh, qualcuno perfino per Kiev…) si rallegrano delle proteste ad Algeri, senza intuire che la regia è sempre la stessa e senza notare nulla della capillare organizzazione che le muove.
Niente da fare, quando vedono una protesta o una lotta che sembra spontanea se la sposano sui due piedi, ancor prima di pensare che se è glorificata dalla nostra informazione di regime al completo, magari c’è un motivo. D’altra parte non era difficile immaginare che l’Algeria, grande esportatrice di gas, poteva essere la prossima ad entrare nel mirino.
Tornando ai curdi, fatti passare per democratici, socialisti, laici e perfino “femministi” per renderli più gradevoli alla base di una sinistra d’alternativa un po’ perplessa da questi slanci d’affetto, si scopre ora che nei territori sotto il loro controllo, gli arabi (siano essi minoranza o meno) sono trattati come dei paria in un clima che comincia ad avere qualcosa a che vedere con l’apartheid se non addirittura con la pulizia etnica. Il tutto sotto l’occhio pilatesco degli americani, che da tempo stanno con gli scarponi nella zona.
Tra parentesi, il mito “femminista” curdo s’appoggiava agli episodi di resistenza delle donne combattenti contro la feroce minaccia del daesh, ma le donne combattevano in gran numero pure nell’esercito regolare siriano, quello del “cattivo” Assad. Si vede che non l’hanno notato.
Certo che ammettere di essersi infatuati come dei ragazzini è spiacevole e per questo nessuno ritiene minimamente di doverlo fare. Anche perchè i flirt finiti in malo modo sono parecchi. Si pensi ad esempio al legame creatosi in occasione delle europee di cinque anni fa con Tsipras, una relazione così intensa da scrivere il suo nome sulle bandiere così come si riempie il caro diario con i cuoricini e la foto dell’amato. E ancora prima di capire che cosa avrebbe fatto. Quando poi è stato chiaro ciò che voleva combinare, è calato anche su di lui un imbarazzato silenzio, condito ogni tanto da qualche tentativo di giustificazione.
C’è mancato poco che toccasse anche a De Magistris, ma per fortuna questi s’è tirato indietro all’inizio del corteggiamento. Niente da fare, c’è gente che ha paura di stare sola, che non si basta, sempre disperatamente in cerca di un abbraccio come ragione di vita. Credo che sia perchè non si ama abbastanza e non ha fiducia nelle proprie potenzialità. Speriamo solo che adesso non s’innamorino di Fratoianni.

E’ nato un babau

Il titolo è eloquente: “Io sono Matteo Salvini”, anche se poi manca un sottotitolo di tenore analogo, tipo “… e voi non siete un cazzo”, ma quasi non ce n’è bisogno perchè è sufficiente l’espressione volitiva e lo sguardo che sembra scrutare verso l’orizzonte delle speranze umane per marcare visivamente la distanza tra il protagonista dell’opera ed il comune (e)lettore.
A questo gioco insulso che consiste nel voler accostare Salvini a Mussolini partecipano un po’ tutti, i fascisti che hanno bisogno di un idolo, i neoliberali che hanno bisogno di un babau e perfino quella sinistra d’alternativa che ha invece bisogno di un paio di occhiali.
Nulla di più assurdo. Mussolini salì al potere grazie all’appoggio della monarchia, del padronato, del clero e anche delle potenze occidentali, insomma di tutti i poteri che avevano interesse a stroncare le lotte del proletariato nel timore degli effetti virali della rivoluzione bolscevica. Senza l’appoggio di quei poteri, Mussolini sarebbe presto scomparso dalla scena.
Salvini è invece visto come il fumo negli occhi da quegli stessi poteri, anche se in realtà non ve ne sarebbe motivo dato che l’attuale esecutivo, nonostante le timide posizioni antiglobaliste di facciata, si è dimostrato verso di essi tanto mansueto e inoffensivo quanto quelli che l’hanno preceduto. Soltanto raschiando il fondo del barile dell’elettorato leghista si trova qualcuno convinto che Salvini voglia ostacolare il saccheggio perpetrato dai potentati finanziari a danno dei beni pubblici. E in fondo mica l’hanno votato per questo. Tutti coloro che invece imbastiscono campagne contro di lui, a cominciare dalle tentacolari organizzazioni sorosiane, sanno che potrebbero girarselo come vogliono. Però vogliono qualcun altro, mentre Salvini va bene come babau, per spaventare l’elettore e indurlo a credere che ad allontanarsi dai partiti cari al sistema, ci si ritrova a bere olio di ricino.
Dopotutto la cupola dei grandi saccheggiatori sovranazionali ha raggiunto un tale livello di tracotanza da non sopportare il minimo cenno di dissenso nemmeno quando immediatamente seguito dall’obbedienza più assoluta, come è prassi dell’attuale governicchio. Purtroppo per loro, non è che si può trovare uno Tsipras tutti i giorni.

Il meno peggio che avanza

     sinistraSe c’è un termine che nel tempo è diventato indigesto, subdolo e fastidioso, questo è proprio quel che campeggia nel simbolo qui a fianco. Sono ufficialmente considerati di “sinistra” i criminali di guerra Blair e D’Alema, i Quisling del governo di Atene, i privatizzatori seriali e gli affossatori dei diritti dei lavoratori in ogni paese europeo. Scegliere quel termine, se le parole vogliono dire qualcosa, significa innanzitutto non sentire la necessità di distinguersi chiaramente da costoro, non volersi smarcare da un trentennio di tradimenti. E difatti in questa microscopica ammucchiata c’è posto anche per chi in ogni ambito regionale tiene bordone al Pd ed alle sue politiche di massacro sociale.
Tra i simboli che ai compagni di Rifondazione e dintorni era concesso scegliere, non ce n’era uno solo in cui comparisse una falce&martello e in questa scelta c’è tutta, ma proprio tutta l’anima di questo progetto. Non lo dico animata dalla nostalgia, ma perchè dietro la falce&martello c’è una storia secolare di speranza, di battaglie, di morti ammazzati. Non volerlo più tra i piedi perchè può essere d’impaccio alla conquista di un seggio in un parlamento-fantoccio privo di poteri, vuol dire che i suoi promotori hanno in testa obiettivi che non c’entrano nulla con i bisogni delle masse. Forse, come è facile sospettare, l’obiettivo è solo quello di superare la soglia di sbarramento per restare nella lista degli aventi diritto al 2×1000, tirar su quattrini per pagare i debiti contratti in passato. In piccolo, non è un orizzonte poi tanto diverso da quello dei servi obbedienti degli esecutivi italiani.
Allora, se in queste elezioni europee l’alternativa al delirio liberista è di fatto assente, per incapacità o per opportunismo o per incoerenza, tutte virtù splendidamente nostrane, non correrò dietro a chi ha mire così diverse da quelle che spesso ama annunciare. E me ne starò a casa. Sarà la prima volta in vita mia, ma prima o poi scivolando verso l’abisso doveva capitare anche questo. Per gli elettori sarà un po’ come votare in Ucraina o in Guatemala e potranno scegliere tra liberisti e fascisti, già sapendo che poi questi andranno a braccetto. Poi ci sarà anche chi, per miraggio o per disperazione, vorrà tracciare una croce sul simbolo asettico di quelli che promettono di lottare contro il sistema ma in realtà vogliono solo ricavarsi al suo interno una nicchia di sopravvivenza. Io non sarò tra costoro; per me la lunga maratona verso il meno peggio è già approdata da tempo ai lidi dell’intollerabile.

Specchi

Nelle elezioni regionali, i lucani hanno saputo rispecchiare alla perfezione la coscienza e la sensibilità dell’intero popolo italiano: il più votato è un pregiudicato.

La fuga

Dopo Zaia, Fontana e Bonaccini, ora anche DeMagistris rivendica il posto da caudillo nella sua roccaforte regionale o addirittura comunale.
La fuga nell’autonomia è l’estrema pagliacciata di un paese allo sfascio. E sarà anche la “secessione dei ricchi”, come dicono alcuni, ma di sicuro è il trionfo dei coglioni.

Promesse facili

I pentastellati hanno vinto le elezioni promettendo di distribuire quattrini, il che è ben difficile se poi si accetta di restare nella gabbia nazi-europea. Così difficile che adesso tutti quanti hanno capito che verrà distribuita poca roba, a poche persone e per giunta a condizioni proibitive.
I leghisti sono stati più accorti perchè hanno promesso solo di bastonare i poveracci incolpandoli d’ogni sventura collettiva, il che è assai più semplice, non costa niente ed i gerarchi europei non trovano nulla da ridire.
Ecco perchè in questa raffazzonata diarchia la Lega avanza e il Cinquestelle arretra.
Promettere cattiveria è sempre redditizio perchè è un impegno che si può mantenere sdoganando quella che già nasce in automatico dal bisogno e dalla paura. I soldi invece bisogna prima sottrarli a chi ne ha troppi, il che comporta una sfida ed una lotta. E questi ominicchi della provvidenza non sono qui per lottare, ma per saltare in groppa all’esistente, lasciarlo galoppare e sentire il vento di un finto potere tra i capelli.

A lezione da von Clausewitz

Alle elezioni regionali abruzzesi non partecipa nessun partito della sinistra d’alternativa: ci sono i centrosinistri, i centrodestri, i pentastellati e i fascisti.
Praticamente è un po’ come votare in Ucraina.
Ancora una volta esemplare la strategia di Rifondazione, che avrebbe potuto benissimo puntare alla soglia di sbarramento del 4% quasi da sola (contando che alle scorse regionali era al 3% e vanta oggi un segretario abruzzese).
E invece no. Ha preferito passare il tempo ad attendere le decisioni di SinistraItaliana (ne sopravvivono diversi esemplari alle pendici della Maiella) nella vana speranza di costruire una lista di “coalizione sociale”. Insomma qualsiasi cosa pur di non presentarsi col proprio simbolo, altrimenti poi c’è il rischio che la gente pensi che in Italia esiste ancora una presenza comunista.
Il risultato, ampiamente prevedibile visto che è accaduto lo stesso alle scorse regionali, è che i sinistri italiani hanno seguito il richiamo della foresta e si sono accodati al Pd, mentre l’alternativa del NoiCiSiamo, IlTempoE’Ora, AccettiamoLaSfida e PiripìPiripò ha perso tempo, non ha raccolto le firme necessarie e quindi non si presenta.
Questa sì che è strategia, compagni!