La caduta

Nel suo discorso d’addio Conte non poteva elogiare troppo l’operato del proprio governo senza con ciò ammettere che ogni millantato successo era giocoforza merito anche degli alleati leghisti. Perciò non si è dilungato sulle cose fatte ma solo su quelle che “sarebbero state fatte se” non fosse stato tradito da colui che sedeva al suo fianco. Il quale, tanto per aggiungere un elemento iconografico ai ripetuti richiami a papi, vangeli e rosari che hanno costellato la seduta, avrebbe ben potuto alzarsi e dare il bacio al premier.
Quello di Conte è parso il lamento di chi viene pugnalato alle spalle, un “tu quoque Brute…” durato mezz’ora dedicato perlopiù a sottolineare la malvagità dell’infido ex-alleato.
Il Giuda-Salvini ha fatto invece un discorso dal sapore elettorale, salendo sul piedistallo dei difensori della patria contro le mire di Ursula e dei suoi lanzichenecchi. Ed è chiaro che quello sarà anche l’unico motivetto che potrà intonare fino alle future elezioni, che potrebbero anche non essere così vicine. D’altra parte qui chiunque si veste da patriota quando sta all’opposizione e diventa uno zerbino dell’Europa carolingia non appena entra al governo.
Renzi ha attaccato Salvini, Conte, ma soprattutto l’idea di andare a votare subito. Il che significa che la fiducia ad un governo insieme ai pentastellati è possibile se questi rinnegano il proprio programma in favore di uno che sia accettabile per il Pd. Poiché non è realistico chiedere al partito di maggioranza relativa di andare a Canossa pur di non andare a votare, si può tradurre l’intervento di Renzi dicendo che il Pd voterà la fiducia insieme al 5* soltanto ad un governo partorito al Quirinale, cioè “tecnico”, ricorrendo ovviamente alle solite supercazzole sulle importanti scadenze economiche, sul babau dello spread in decollo et similia.
E questa mi sembra l’opzione più probabile, perchè né il Pd né il 5* vogliono veder aumentare i seggi di Salvini andando al voto subito. E non lo vuole nemmeno Mattarella, che verosimilmente proporrà un economista gradito alle cancellerie europee, ottenendo il consenso automatico del Pd. Starà poi al 5* decidere se ingoiare questo rospo (dopo aver ingoiato per un anno tutti quelli che gli mettevano nel piatto) oppure andare subito a dimezzare i propri voti alle urne.
In proposito, Tria rientrerebbe tra i papabili essendo già stato il ministro dell’economia del governo uscente, quindi un rospo che DiMaio ha già ingoiato volentieri la volta scorsa. E in sostanza, nonostante le aspettative, cambierebbe solo la livrea dei valletti.
La sola cosa graziosa della giornata mi è sembrata la puntualità della dichiarazione di Zingaretti, in linea con quella di Renzi, che è giunta poco prima che questi iniziasse a parlare. Fosse arrivata dopo, qualcuno avrebbe pensato che Renzi decide e Zingaretti si adegua.

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Imprudenze e/o imbecillità

Non dico che Salvini non sia pericoloso, a modo suo, ma sembra che non stia brillando per astuzia.
Perchè dare il giro al tavolo proprio il giorno in cui ha conseguito una vittoria dimostrando che ha per alleato uno scendiletto?
Perchè prendere in contropiede perfino il proprio elettorato con una decisione che ha come unico visibile movente la brama di potere? E perchè farlo ad agosto, col rischio di ritrovarsi premier (nella più fortunata delle sue ipotesi) a fine anno, proprio mentre cala la scure della prossima finanziaria sangue&merda, con annesso aumento dell’Iva?
C’è forse qualche motivo che gli consiglia di muoversi subito, l’”adesso o mai più!” che segna lo spigolo tra ambizione, successo e rovina?
E poi d’accordo che non siamo più nell’epoca della buona creanza e che ad andare in brodo di giuggiole per Salvini è sempre il cosiddetto popolo dei parcheggiatori in seconda fila, ma almeno in ambito istituzionale qualche prudenza è d’obbligo. Per cui quel “andiamo subito al voto” sapendo che non è lui a decidere se si va proprio lì o meno, fa rima con ottusità perchè è ragionevole esercitare e mostrare il potere che effettivamente si ha, non quello a cui si ambisce. E la Lega attualmente ha una forza parlamentare del 17%, mentre tutto il resto è per ora argomento dei sondaggi.
Ma c’è di più, perchè nonostante l’esecutivo uscente si sia rivelato uno dei più vigliacchi e servili nei confronti dei diktat euroatlantici, al netto delle innocue smargiassate ad uso interno, Salvini non gode affatto della fiducia presso la cupola dei killer finanziari o nelle cancellerie che contano. Né ovviamente di quella della loro quinta colonna interna, che va dal Quirinale al ministero dell’Economia e che da oggi conta nelle sue file, per quel che vale, anche l’ex-premier fresco di siluramento.
A sostenere quel che pare un solitario assalto al cielo c’è oggi una quota non indifferente di un elettorato che non fa scelte di campo ma di interesse, che oggi voterebbe Salvini ma domani lo può pugnalare, esattamente come lui ha pugnalato i suoi sodali di governo, perchè in fondo ogni leader è un po’ specchio di chi lo segue. E magari è utile ai sogni di gloria anche quel quotidiano lisciare il pelo alle forze di polizia (e più in generale al mondo delle divise) attraverso esternazioni da ammazzasette d’osteria e ultimamente anche con decreti tradotti in legge certamente graditi alla peggior sbirraglia.
Ma ai centri del potere economico servono i grigi e docili esecutori ed i gestori del massacro sociale, che devono essere sostituiti di frequente perchè non possono vivere più a lungo delle promesse che hanno disatteso.
Gli uomini della provvidenza, quelli che ambiscono a durare a lungo, magari seduti un po’ sulle proprie doti di istrione e un po’ sulle baionette, servono al ceto possidente solo nel momento in cui i popoli aprono gli occhi e alzano la testa, situazione ben lontana dallo scenario europeo e soprattutto italico.

Scelte

Il taglio di 345 parlamentari farà risparmiare ogni anno allo Stato tanti soldi quanti se ne vanno in spese militari in una sola giornata.
Tra mutilare un organo eletto dal popolo ed astenersi dal lustrare le scarpe agli Usa per un solo giorno all’anno, lo Stato italiano non ha esitazioni nello scegliere servilismo e disonore.

Minibot e miniministri

Il ministro Tria corre tutto contento al G20 di Fukuoka per riferire la trovata del nostro governicchio circa il modo per pagare i debiti arretrati della pubblica amministrazione: si tratta dei minibot, una sorta di moneta travestita da titolo di Stato, insomma uno strumento ad uso interno su cui i “mercati” non potrebbero speculare.
I gauleiter del regime nazifinanziario sono criminali ma non stupidi e quindi bocciano subito l’idea. “Se sono titoli allora è debito, se è valuta allora non si può fare” tronca di netto Draghi, che sentendo parlare di alternative alla schiavitù del debito porta istintivamente la mano alla fondina.
Il ministro Tria allora se ne torna a casa con le pive nel sacco. Se qualcuno gli chiede spiegazioni lui si aggiusta gli occhiali alla radice del naso e poi esterna le sue perplessità: “se sono titoli allora è debito, se è valuta allora non si può fare” esclama dopo averci riflettuto un po’ su. E si capisce subito dal suo sorriso etrusco che laggiù in Giappone devono avergli accordato il permesso di subaffittare i pensieri.

La zuppa e il pan bagnato

Chi ha votato Pd per contrastare la Lega somiglia un po’ a quelli che si aggrappano ai “valori” del cattolicesimo per contrastare il presunto pericolo islamico.
Non si rendono conto che non solo tale pericolo è infondato, ma che sia la Chiesa che l’Islam si battono per il medesimo modello di società: oscurantista, patriarcale e ferocemente intollerante.
Allo stesso modo qualcuno ritiene che il Pd sia lo strumento con cui arginare le “destre”, senza avvedersi che anche il Pd è, per programma e linea politica, un partito di destra. E che proprio il Pd ed i suoi alleati sono stati in questi anni i maggiori colpevoli del disastro economico e della perdita di sicurezza collettiva, elementi che da sempre sono il brodo di coltura dei fascismi.

Politiche ambientali

Dopo aver fatto tutta la campagna elettorale dicendosi alternativo al Pd, il giorno dopo le elezioni Fratoianni sposa la posizione contraria ed auspica una “apertura” a giro d’orizzonte, dal 5stelle a Zingaretti a Calenda. Forse addirittura alla Bonino, sempre che Soros sia d’accordo.
A parte il fatto che presumibilmente tutti costoro non sono molto ansiosi di allearsi con Fratoianni ed i parenti stretti che lo votano, non risulta che prima di questa uscita abbia consultato i suoi alleati della settimana scorsa e quindi al momento queste sembrano essere solo le sue posizioni personali, che evidentemente preludono ad un autonomo mutamento di strategia.
Se ne deduce che la nuova coalizione “LaSinistra” è già in fase di rottamazione dopo appena due mesi di vita, da fine marzo a fine maggio.
Poi non dite che non sono sensibili ai problemi ambientali: sono stati i primi a inventare il soggetto politico biodegradabile, che dura addirittura meno dei nuovi sacchetti per la verdura. So per certo che dalla lontana Svezia, Greta Thunberg tifava per loro.

Cuore matto

Da un po’ di tempo gli adoratori dei curdi e dell’improbabile repubblica del Rojava non si fanno più sentire. Sarà per l’imbarazzo, specie da quando è nato quel sodalizio d’interesse tra questi e gli americani. E perfino con gli israeliani, tanto per non farsi mancare niente.
Gli amori della nostra sinistra radicale e d’oltremare nascono un po’ così, come colpi di fulmine in cui il raziocinio è fuori luogo poiché valgono solo le incomprensibili ragioni del cuore. Più tardi si scopre che s’è trattato d’una sbandata ma è tardi per recuperare l’affidabilità perduta.
E’ stato così per le “primavere” arabe, nessuna esclusa, prima che si capisse che dietro c’erano le ong del neocolonialismo occidentale.
E’ bello che l’amore non abbia età, ma è meno bello che dalle esperienze del cuore non si impari mai nulla. Infatti adesso gli stessi che gioivano per le “rivoluzioni colorate” al Cairo, a Bengasi o a Tunisi (eh, qualcuno perfino per Kiev…) si rallegrano delle proteste ad Algeri, senza intuire che la regia è sempre la stessa e senza notare nulla della capillare organizzazione che le muove.
Niente da fare, quando vedono una protesta o una lotta che sembra spontanea se la sposano sui due piedi, ancor prima di pensare che se è glorificata dalla nostra informazione di regime al completo, magari c’è un motivo. D’altra parte non era difficile immaginare che l’Algeria, grande esportatrice di gas, poteva essere la prossima ad entrare nel mirino.
Tornando ai curdi, fatti passare per democratici, socialisti, laici e perfino “femministi” per renderli più gradevoli alla base di una sinistra d’alternativa un po’ perplessa da questi slanci d’affetto, si scopre ora che nei territori sotto il loro controllo, gli arabi (siano essi minoranza o meno) sono trattati come dei paria in un clima che comincia ad avere qualcosa a che vedere con l’apartheid se non addirittura con la pulizia etnica. Il tutto sotto l’occhio pilatesco degli americani, che da tempo stanno con gli scarponi nella zona.
Tra parentesi, il mito “femminista” curdo s’appoggiava agli episodi di resistenza delle donne combattenti contro la feroce minaccia del daesh, ma le donne combattevano in gran numero pure nell’esercito regolare siriano, quello del “cattivo” Assad. Si vede che non l’hanno notato.
Certo che ammettere di essersi infatuati come dei ragazzini è spiacevole e per questo nessuno ritiene minimamente di doverlo fare. Anche perchè i flirt finiti in malo modo sono parecchi. Si pensi ad esempio al legame creatosi in occasione delle europee di cinque anni fa con Tsipras, una relazione così intensa da scrivere il suo nome sulle bandiere così come si riempie il caro diario con i cuoricini e la foto dell’amato. E ancora prima di capire che cosa avrebbe fatto. Quando poi è stato chiaro ciò che voleva combinare, è calato anche su di lui un imbarazzato silenzio, condito ogni tanto da qualche tentativo di giustificazione.
C’è mancato poco che toccasse anche a De Magistris, ma per fortuna questi s’è tirato indietro all’inizio del corteggiamento. Niente da fare, c’è gente che ha paura di stare sola, che non si basta, sempre disperatamente in cerca di un abbraccio come ragione di vita. Credo che sia perchè non si ama abbastanza e non ha fiducia nelle proprie potenzialità. Speriamo solo che adesso non s’innamorino di Fratoianni.

E’ nato un babau

Il titolo è eloquente: “Io sono Matteo Salvini”, anche se poi manca un sottotitolo di tenore analogo, tipo “… e voi non siete un cazzo”, ma quasi non ce n’è bisogno perchè è sufficiente l’espressione volitiva e lo sguardo che sembra scrutare verso l’orizzonte delle speranze umane per marcare visivamente la distanza tra il protagonista dell’opera ed il comune (e)lettore.
A questo gioco insulso che consiste nel voler accostare Salvini a Mussolini partecipano un po’ tutti, i fascisti che hanno bisogno di un idolo, i neoliberali che hanno bisogno di un babau e perfino quella sinistra d’alternativa che ha invece bisogno di un paio di occhiali.
Nulla di più assurdo. Mussolini salì al potere grazie all’appoggio della monarchia, del padronato, del clero e anche delle potenze occidentali, insomma di tutti i poteri che avevano interesse a stroncare le lotte del proletariato nel timore degli effetti virali della rivoluzione bolscevica. Senza l’appoggio di quei poteri, Mussolini sarebbe presto scomparso dalla scena.
Salvini è invece visto come il fumo negli occhi da quegli stessi poteri, anche se in realtà non ve ne sarebbe motivo dato che l’attuale esecutivo, nonostante le timide posizioni antiglobaliste di facciata, si è dimostrato verso di essi tanto mansueto e inoffensivo quanto quelli che l’hanno preceduto. Soltanto raschiando il fondo del barile dell’elettorato leghista si trova qualcuno convinto che Salvini voglia ostacolare il saccheggio perpetrato dai potentati finanziari a danno dei beni pubblici. E in fondo mica l’hanno votato per questo. Tutti coloro che invece imbastiscono campagne contro di lui, a cominciare dalle tentacolari organizzazioni sorosiane, sanno che potrebbero girarselo come vogliono. Però vogliono qualcun altro, mentre Salvini va bene come babau, per spaventare l’elettore e indurlo a credere che ad allontanarsi dai partiti cari al sistema, ci si ritrova a bere olio di ricino.
Dopotutto la cupola dei grandi saccheggiatori sovranazionali ha raggiunto un tale livello di tracotanza da non sopportare il minimo cenno di dissenso nemmeno quando immediatamente seguito dall’obbedienza più assoluta, come è prassi dell’attuale governicchio. Purtroppo per loro, non è che si può trovare uno Tsipras tutti i giorni.

Il meno peggio che avanza

     sinistraSe c’è un termine che nel tempo è diventato indigesto, subdolo e fastidioso, questo è proprio quel che campeggia nel simbolo qui a fianco. Sono ufficialmente considerati di “sinistra” i criminali di guerra Blair e D’Alema, i Quisling del governo di Atene, i privatizzatori seriali e gli affossatori dei diritti dei lavoratori in ogni paese europeo. Scegliere quel termine, se le parole vogliono dire qualcosa, significa innanzitutto non sentire la necessità di distinguersi chiaramente da costoro, non volersi smarcare da un trentennio di tradimenti. E difatti in questa microscopica ammucchiata c’è posto anche per chi in ogni ambito regionale tiene bordone al Pd ed alle sue politiche di massacro sociale.
Tra i simboli che ai compagni di Rifondazione e dintorni era concesso scegliere, non ce n’era uno solo in cui comparisse una falce&martello e in questa scelta c’è tutta, ma proprio tutta l’anima di questo progetto. Non lo dico animata dalla nostalgia, ma perchè dietro la falce&martello c’è una storia secolare di speranza, di battaglie, di morti ammazzati. Non volerlo più tra i piedi perchè può essere d’impaccio alla conquista di un seggio in un parlamento-fantoccio privo di poteri, vuol dire che i suoi promotori hanno in testa obiettivi che non c’entrano nulla con i bisogni delle masse. Forse, come è facile sospettare, l’obiettivo è solo quello di superare la soglia di sbarramento per restare nella lista degli aventi diritto al 2×1000, tirar su quattrini per pagare i debiti contratti in passato. In piccolo, non è un orizzonte poi tanto diverso da quello dei servi obbedienti degli esecutivi italiani.
Allora, se in queste elezioni europee l’alternativa al delirio liberista è di fatto assente, per incapacità o per opportunismo o per incoerenza, tutte virtù splendidamente nostrane, non correrò dietro a chi ha mire così diverse da quelle che spesso ama annunciare. E me ne starò a casa. Sarà la prima volta in vita mia, ma prima o poi scivolando verso l’abisso doveva capitare anche questo. Per gli elettori sarà un po’ come votare in Ucraina o in Guatemala e potranno scegliere tra liberisti e fascisti, già sapendo che poi questi andranno a braccetto. Poi ci sarà anche chi, per miraggio o per disperazione, vorrà tracciare una croce sul simbolo asettico di quelli che promettono di lottare contro il sistema ma in realtà vogliono solo ricavarsi al suo interno una nicchia di sopravvivenza. Io non sarò tra costoro; per me la lunga maratona verso il meno peggio è già approdata da tempo ai lidi dell’intollerabile.

Specchi

Nelle elezioni regionali, i lucani hanno saputo rispecchiare alla perfezione la coscienza e la sensibilità dell’intero popolo italiano: il più votato è un pregiudicato.