Etichetta o mascherina!

Ma i “negazionisti” sarebbero quelli che negano che cosa? Che esiste il covid19 o che è indispensabile seguire alla lettera le disposizioni dei dpcm con annesse faq?
No, così tanto per sapere dove dovrei collocarmi sulla base di questa recente e inopportuna etichetta.
A prima vista la risposta appare semplice. Dato che quasi nessuno può ragionevolmente negare che il virus esista per davvero, ne consegue che nella categoria “negazionista” si vogliano infilare a forza tutti quelli che respingono o non sopportano o trovano assurdo il clima di allarme con cui conviviamo più o meno dall’inizio dell’anno.
Poiché il termine almeno in origine aveva a che vedere con il revisionismo storico e cioè con coloro che per finalità politiche ben chiare negano i crimini contro l’umanità commessi dai nazifascisti, ecco che sembra trasparire l’intenzione di tracciare un parallelo tra le due posizioni. In buona sostanza, un caso lampante di reductium ad Hitlerum.
Pertanto se non ti va che si debba entrare in un negozio uno alla volta, se pensi che per un lavoratore o uno studente sia una tortura portare la mascherina per ore di seguito, se non credi all’imminente “seconda ondata” che ci travolgerà tutti e soprattutto dubiti delle cifre ufficiali circa la causa dei decessi, ecco che la tua statura morale non differisce poi molto da quella di coloro che vedono Auschwitz come una ragazzata.
E probabilmente sei salviniano, magari con venature meloniane, insomma non sei solo scemo e pericoloso ma sei anche di destra. Non della destra liberista come un piddino qualsiasi, non di destra a loro insaputa come i pentastellati e nemmeno della destra agli psicofarmaci come le sardine, bensì di quella col bollino bio, pecoreccia e patriottarda.
Sembra evidente che l’uso del termine “negazionista” per i dissidenti a qualunque titolo della narrazione ufficiale può essere nato solo nel policromo milieu dei sinistrati, forse per riconfermare il loro desiderio un po’ imbecille di trovarsi su un gradino più alto sulla scala della sensibilità e dell’eticamente corretto.
Però questo giochetto con cui si vogliono individuare coloriture politiche dove non ci sono e su temi rispetto ai quali le posizioni sono invece abbastanza trasversali non va certo a vantaggio di chi s’illude di poter così marchiare i facinorosi della mascherina lasciata a casa o tenuta sotto il naso. Anzi forse sarebbe meglio astenersi dall’associare idealmente l’insofferenza verso norme che il tempo rende vieppiù insopportabili alla destra. Perchè non è cosa saggia regalarle anche il monopolio della resistenza al babau sanitario, non è detto che i laboratori della propaganda riescano a produrre un’immagine credibile di “seconda ondata”, ma soprattutto perchè non si potrà addebitare per sempre alla fatalità in vesti epidemiche il disastro verso cui i nostri governicchi ci stanno portando.

Profezie

Prevedo che al referendum costituzionale di settembre vincerà il Sì.
Prevedo che l’elettorato vorrà ridurre il numero di parlamentari, illudendosi che i quattrini così risparmiati finiscano, attraverso strani e ignoti meccanismi, nelle sue tasche.
Prevedo che il cittadino italiano medio vorrà rendere un po’ più inutile il proprio voto, dato che se finora occorrevano 75mila voti per eleggere ogni deputato, dopo ne serviranno ben 125mila.
Prevedo che all’elettorato non dispiacerà rimpicciolire l’unico organo costituzionale su cui, premiando o penalizzando i vari partiti, può esercitare un controllo diretto.
Prevedo che a nessuno interesserà il fatto che le regioni meno densamente popolate del paese avranno una rappresentanza parlamentare irrisoria e insufficiente a rappresentarne gli interessi.
Prevedo che l’elettore medio sarà felice di avere meno scelta il giorno delle votazioni, dato che la diminuzione dei parlamentari porterà all’esclusione delle liste minori o alternative a quelle esistenti.
Prevedo che l’elettore-tipo non si accorgerà che il risparmio annuale così ottenuto (81 milioni) equivale ad un solo giorno di spese militari, sulle quali però non ha molto da obiettare.
Prevedo altresì che non noterà nemmeno il rapporto che c’è tra i 230mila euri annui lordi di un parlamentare e gli emolumenti degli a.d. dei grandi enti, che possono superare i 5 milioni annui come è il caso di Eni o Enel, cosa che a quanto pare non provoca la sua indignazione.
Prevedo che ancora una volta tutti noi ci accorgeremo di aver sottovalutato l’irresistibile potere dell’imbecillità.

Artigli su Minsk

In Bielorussia la gente ha votato all’80% per Lukashenko, un risultato che da solo basterebbe a scacciare ogni dubbio circa la validità della consultazione elettorale.
Tra l’altro, non vedo perché si debbano nutrire sospetti per le elezioni in Bielorussia e non per quelle in uno stato come il nostro, i cui vertici politici e militari sono coinvolti nelle stragi, nei depistaggi, nella protezione dei mandati d’ogni sanguinosa porcheria degli ultimi 70anni.
Può piacere o no, ma il popolo bielorusso ha scelto il governo in carica invece dell’avventura naziatlantista già tristemente sperimentata nella vicina Ucraina.
L’opposizione nelle urne è di piccolo taglio, divisa in pezzetti il più grande dei quali ha preso il 9% ed ha per leader una scrofa già fuggita in Lituania sotto la protezione americana. Da qui istiga i malviventi prezzolati che hanno l’incarico di gettare il paese nel caos.
Sono cose già viste in Venezuela, in Ucraina, a HongKong e in ogni altro luogo in cui la gente non vota come piacerebbe ai regimi occidentali.
Capire ciò che succede in Bielorussia attraverso i nostri giornali, o in tv o in rete sui siti principali, è un po’ come pretendere di sapere la verità in Germania ai tempi della svastica.
Qua e là in rete ci sono anche oasi di informazione onesta, ma bisogna andarsele a cercare in mezzo ad un deserto di falsità e il nostro regime fa molto affidamento, anzi è proprio cementato sulla scarsa propensione del pubblico per il desiderio di conoscenza.
Questo è il livello a cui si è ridotta quella che fino a qualche decennio fa poteva ancora essere definita “informazione”, pure storcendo il naso, ma che ora non è altro che spregevole e sfacciata propaganda.
Per ciò che riguarda la Bielorussia, le autorità di Minsk hanno in teoria molte frecce al loro arco e la situazione sembrerebbe meno drammatica rispetto a quella di Kiev di sei anni fa, dove il presidente Janukovic si fece spaventare dalle minacce americane e Obama riuscì a impadronirsi del paese per telefono, nello stesso modo in cui Goering aveva conquistato l’Austria nel ‘38.
Il presidente Lukashenko potrebbe intanto utilizzare il vasto consenso di cui dispone per portare in piazza molte più persone di quante ne può contare la legione di mercenari nazistoidi. Organizzati e dotati di adeguato equipaggiamento, potrebbero liberare facilmente le strade con il supporto indiretto della milizia.
C’è tuttavia un altro aspetto da considerare perché un paese può difendersi dalle minacce, specie se di derivazione esterna come è in questo caso, se ha almeno qualche appoggio a livello internazionale e se può contare su confini amici.
La Bielorussia è circondata da quattro vassalli dell’impero atlantista, per giunta con governi più o meno apertamente filonazisti come la Lettonia, la Lituania, la Polonia e l’Ucraina. Gli unici confini teoricamente sicuri sono quelli orientali con la Russia e ciò significa che il destino del governo di Minsk dipende in ultima analisi da ciò che si deciderà a Mosca.
La Bielorussia non ha importanti risorse strategiche, ma è l’ultimo paese rimasto a fare da cuscinetto tra la Russia e le basi Nato. La sua caduta in mano nemica consentirebbe alle forze occidentali si avvicinarsi di altri 500 km alla capitale russa.
Una cosa che al Cremlino non potrebbero assolutamente accettare, a meno che lì dentro non siano del tutto impazziti. Anche a costo di procedere all’invasione militare, nessun governo russo potrebbe lontanamente assorbire senza conseguenze un colpo del genere.
A giudicare da come Putin si è rassegnato a vedere trasformata l’Ucraina in un satellite Nato solo pochi anni fa, non c’è da essere proprio sicuri in una sua reazione efficace. Se poi si considera che tra Minsk e Mosca i rapporti non sono proprio idilliaci, le ombre si allungano e solo nelle prossime settimane si capirà da quale parte evolve la situazione.
La fazione geopolitica di cui purtroppo anche l’Italia è parte, pur nel ruolo di scendiletto di interessi altrui, si comporta come se già fosse in guerra o come se una guerra fosse inevitabile. Lo si capisce anche solo dal fanatismo dei suoi organi di propaganda, ma diventa evidente al cospetto dei continui focolai che va accendendo in ogni parte del mondo. La cosa più inquietante in tale atteggiamento è la convinzione che nessuno possa resisterle se non in via temporanea e che chiunque si metterà di traverso verrà travolto.
Se c’è qualcosa che preannuncia un conflitto su larga scala, è la certezza di una delle parti di poter vincere. Abbiamo vissuto per settant’anni all’ombra di un pericolo che restava lontano proprio perché tutti gli attori sapevano di non poter sopravvivere ad un confronto planetario. Ora sembra che non sia più così e non so se ciò avvenga perché l’umanità non può che continuare a soffiare nella bolla della propria follia fino alla fatale esplosione, oppure semplicemente perché tale sicumera non ha ancora incontrato una reazione decisa.
E’ possibile, anzi probabile che se dall’altra parte (ammesso che esista un’altra parte nel senso che le si attribuiva all’epoca della guerra fredda) si rispondesse per le rime ai disegni di dominio planetario dell’impero a stelle e strisce, paradossalmente i pericoli diminuirebbero invece di aumentare. Si capirebbe cioè che c’è un limite oltre il quale non è lecito andare senza scivolare in una escalation incontrollabile.
Un atteggiamento invece di continua ricerca del compromesso, di quiete eletta a valore assoluto anche al prezzo di vedere demoliti dall’azione avversaria i pochi paesi alleati o potenzialmente amici, come la Siria per via militare e tutti gli altri attraverso il tallone delle sanzioni, non fa che incoraggiare la controparte persuadendola ad osare ogni volta qualcosa di più.
Non sarebbe la prima volta che la politica di “appeasement” conduce al disastro. Forse non è un caso ma è nella tragedia delle cose che ci si torni quando inevitabilmente va estinguendosi la memoria degli errori passati.

Ricorrenze

Come ogni anno in questi giorni, mentre si ricordano le due incursioni nucleari sul Giappone, mi chiedo se c’è un giorno anche per commemorare i 18 milioni di civili cinesi uccisi dagli occupanti giapponesi.
So che il 13 dicembre in Cina si ricorda la mattanza di Nanchino, dove in poche settimane i soldati del Sol levante uccisero oltre 400mila abitanti in un vortice di ferocia che non si vedeva più dal tempo dei saccheggi delle città medievali.
Poi ci sarebbero anche indocinesi, filippini, melanesiani ed altri, considerati “razzialmente inferiori”, al punto che Tokio ha impiegato 70 anni per scusarsi con la Corea delle ragazze rapite e messe a disposizione dei propri soldati, che potevano sfogare impunemente su di loro ogni sorta di crudeltà. E ancora oggi una buona fetta di giapponesi ritiene che non bisognerebbe scusarsi affatto.
E lasciamo perdere il trattamento riservato ai prigionieri di guerra, specie se cinesi, in campi di lavoro che hanno visto anche laggiù i “medici” laureati in sadismo, gli esperimenti su cavie umane, le gare tra ufficiali a chi decapitava più detenuti in una singola giornata, l’uso dei prigionieri come bersagli per le esercitazioni di tiro delle reclute, eccetera.
Hiroshima e Nagasaki sono episodi brutali anche perché mai prima di allora si era riusciti a uccidere così tante persone in così poco tempo. Sono anche episodi che stanno al confine tra una guerra mondiale ed il successivo “equilibrio” del terrore.
Anzi, a ben vedere quelle due bombe furono usate più per intimidire l’Urss (che ha avuto la sua prima atomica nel ‘49) che per piegare un nemico già sconfitto e alla fame. E sì, furono usate anche per accelerare la resa nipponica, ma non solo perché si temeva la resistenza ad oltranza dei giapponesi sul suolo patrio, come è stato detto. Forse ancor più di questo, si temeva che i sovietici, che già si accingevano a liberare la Manciuria dagli occupanti giapponesi, finissero per impadronirsi di tutta la Cina.
Insomma quei due ordigni sono stati usati per scopi più politici che strettamente militari.
Nel tempo sono serviti anche come base d’appoggio per l’ipocrisia dei governi giapponesi, che hanno potuto presentare il proprio paese come vittima nascondendo dietro al fumo dei funghi atomici tutte le porcate commesse da un regime che passando al servizio degli americani ha potuto uscire dalla sconfitta praticamente illeso.
Non so quanto siano forti in Giappone i pruriti revanscisti e quanta presa abbiano sull’opinione pubblica, anche se certe dichiarazioni ufficiali sembrano talvolta svelare la persistenza di qualcosa di indegno che continua a scorrere sottotraccia. E che certamente scorre anche in altri paesi che in quegli anni hanno vissuto la loro declinazione del fascismo, Italia compresa.
Sono però convinta che se invece di due bombe di quel tipo glie ne avessero sganciate quattro o cinque, ugualmente faticherei a pensare che il Giappone abbia il diritto morale di vestire i panni della vittima.

Museruola permanente

Siamo scesi a cinque decessi quotidiani, uno ogni dodici milioni di abitanti, praticamente la metà di quelli che muoiono ogni giorno per incidenti stradali.
Ora per festeggiare, il parlamento si riunisce per votare la proroga dello stato d’emergenza fino al 31 ottobre, provvedimento che anche il giurista Cassese giudica “illegittimo e inopportuno”.
O almeno, questo è l’intendimento del Cincinnato in quota 5stelle appena tornato da Bruxelles dopo aver aperto le porte alle mire dell’ordoliberismo teutonico, così come gli era stato raccomandato dal nostro garante della Genuflessione.
Viviamo da mesi in una condizione di emergenza artefatta che si vuole rendere permanente sulla base non di dati reali ma di una supposizione (che per il regime è anche una speranza) relativa ad una futura recrudescenza del virus.
Un altro inverno dedicato alla martellante conta dei morti è quel che ci vuole se si intende persuadere che il decollo della disoccupazione, l’aumento della pressione fiscale, le privatizzazioni e lo strangolamento del residuo stato sociale sono dovuti alla scalogna biologica, di fronte alla quale “andrà tutto bene” nella misura in cui ci si saprà spaventare a comando.
Notare che anche in questa congiuntura non un solo cenno di dissenso sulle misure di segregazione e sulle normative pasticciate con annessi abusi polizieschi è venuto dal lato sinistro del mondo politico, che è ormai confinato fuori dal parlamento per volontà di popolo e perspicacia delle relative dirigenze.
Anche in questo caso la bandierina dell’insofferenza e della resistenza di facciata alle disposizioni spesso iperboliche e al terrorismo sanitario è stata lasciata nelle mani della destra, quella ingrugnita o servile a seconda che sia o meno all’opposizione. Cosicché essa possa trarre qualche vantaggio anche tra il vasto e silenzioso fronte di chi ne ha le tasche piene e non accetta di veder trasformate le misure eccezionali in una condizione ordinaria.
Così, una volta preso atto che qui ci si ribella solo di nascosto e a proprio rischio e pericolo, si è pensato bene di aggiornare le disposizioni non più da una settimana all’altra come promesso originariamente, ma su base mensile. Ed ora addirittura trimestrale, così da arrivare ancora tutti mascherati all’autunno, stagione in cui si potranno reclutare le sopraggiunte influenze stagionali nella legione del coronavirus, grazie alla confusione dei dati e la persistenza dell’allarmismo.
Nel frattempo vengono ritoccate le multe per chi trasgredisce, elevandole a livelli che ormai per la gran parte dei cittadini equivarrebbero ad una tragedia ben maggiore del contagio. E’ ancora vietato far salire in macchina un paio di amici, o uno solo seduto accanto. Sono ancora proibiti gli assembramenti, tra conoscenti o estranei, in casa o all’aperto. Naturalmente “assembramento” è un termine che non deve essere chiarito nemmeno via faq. In teoria anche due persone possono formare un assembramento. Dipende se lo sbirro che incrociate ha altro da fare o vi ha in antipatia, o se l’avete guardato storto. L’insicurezza è il sale delle democrazie fasulle.

Numeri, bubbole e tamponi

Per chiarezza, i “nuovi contagi” dei bollettini quotidiani non sono quelli che oggi si sono ammalati di covid-19, bensì quelli che, sottoposti al test, sono risultati positivi.
Ma i positivi sono anche coloro che hanno contratto il virus tempo addietro e che poi è stato debellato dal proprio sistema immunitario. Tuttavia, pezzi di genoma virale possono persistere a lungo nei tessuti anche se non si è più contagiosi o si è del tutto guariti.
La dicitura “nuovi contagi” è fuorviante. In realtà non si può sapere quanti sono i nuovi contagiati rispetto al giorno prima.
I dati che possono dare un’idea (necessariamente approssimativa) della situazione sono l’andamento relativo alle persone ricoverate e naturalmente quello dei deceduti.
Anche il numero di ricoveri+decessi rispetto alla popolazione totale ci darebbe un’idea, ma questo rapporto è pericoloso perché se la capacità di diffusione del virus è analogo a quello dell’influenza significa che è già entrato in contatto con svariati milioni di persone (almeno 8 milioni entro l’inizio di maggio, secondo tre diverse indagini della Doxa e dell’Università Statale di Milano), quindi l’indice di mortalità sarebbe assai basso (0,4%).
Si capisce bene che un indice così ridotto, oltretutto concentrato quasi esclusivamente su ultraottantenni o persone già molto malandate per altre cause, non giustificherebbe le misure di segregazione che abbiamo patito e nemmeno spiegherebbe il perché l’Ansa ed altre botteghe di “informazione” (grazie alle loro capacità divinatorie) han suonato le trombe della fine del mondo fin dall’inizio dell’anno, cioè da quando almeno in Italia di morti non ce n’era nemmeno uno.
E questo prendendo per buoni tutti i decessi attribuiti al covid19, nonostante il governo sconsigliasse apertamente le autopsie sui deceduti, cosa abbastanza strana quando si sta cercando affannosamente una cura.
A proposito, quanti sono stati i morti per influenza questo inverno? In media sono ottomila all’anno. Per ora non si sa, il numero è ancora in via di accertamento. Attendiamo con fiducia.
Tuttavia per i nostri ineffabili centri di informazione la “seconda ondata” autunnale viene data quasi per scontata, o almeno lo si ripete così a palla che la gente è perlopiù convinta che arriverà.
Il governo sicuramente ci conta, perché il disastro in cui la sua politica economica ci sta precipitando deve avere un capro espiatorio e nulla è meglio di qualcosa di accidentale che oltretutto ha anche valenza planetaria e non può essere punita alle urne. Ben che vada, si potrà sempre mostrare il dramma di paesi in cui i decessi per covid sono maggiori dei nostri per continuare ad agitare lo spettro.
Non per nulla i siti che appaiono in testa a tutti i motori di ricerca, non potendo più presentare i dati nostrani come catastrofici, sottolineano quelli altrui. Oggi ad esempio Open riporta che in Francia “sale la paura”. Infatti anche se evidentemente lì hanno tamponi che misurano la fifa, hanno riaperto pure scuole, musei e frontiere.
Mal comune mezzo gaudio, sarà la traccia entro cui lavorerà il nostro Minculpop, anche se il gaudio (se non per gli Elkagnelli, i Benetton et similia) non ci sarà per nessuno.
E qualora proprio il covid non si ripresentasse e i “nuovi contagi” continuassero a scendere pure facendo i tamponi ai pipistrelli, niente paura perché intanto un nuovo “misterioso” virus è apparso in Kazakistan, portatore di una sorta di polmonite che è naturalmente assai più micidiale del coronavirus.
Il governo kazako ha smentito dicendo che è tutta una bufala, ma fa lo stesso. E per ora seduta in panchina c’è una nuova influenza suina, la G4-EA-H1N1, naturalmente cinese, pronta ad entrare in campo.
Intanto il Ministero della salute ha già prenotato un vaccino dalla ditta anglo-svedese AstraZeneca, che però non è ancora sicuro che funzioni.
Ben sei macachi hanno confermato che funziona abbastanza, anche se al tampone nasale risultano ancora positivi e quindi per le nostre statistiche rientrerebbero tra i “nuovi contagi”.

Tramonto sul Tevere

Non si dovrebbe paragonare il simposio di villa Pamphili alla riunione del secondo governo Prodi presso la reggia di Caserta, come sta facendo qualche giornale. Intanto nel 2007 non erano previste le mascherine e poi gente come Farinetti o Fuksas all’epoca non veniva invitata. Lascia perplessi anche il parallelo con la crapula annuale del gruppo Bilderberg, che riunisce i cagnacci della speculazione finanziaria, i loro più fidi vassalli politici e i valvassori del minculpop editoriale e televisivo.
No, qui è tutta un’altra cosa. A dimostrazione che nella storica residenza romana è in atto una riunione democratica ed aperta alle istanze popolari, si pensi che sono stati ammessi anche gli schiavi, almeno fino al cancello, dove il sindacalista Sumahoro si è incatenato prima di essere brevemente ammesso alla presenza di Conte per venir circonfuso di flautate promesse.
Poco più in là, essendosi da tempo fatti rubare il palco mediatico dalla pandemia e perfino dalle sardine, sono convenuti anche gli ormai desueti Greta-boys del Friday-for-future, rimasti ancora legati al loro sciopero del venerdì mentre il governo è già oltre e progetta di tenere gli studenti definitivamente lontani dalla scuola per almeno un giorno su due.
E poi a villa Pamphili si parlerà di tutto tranne che di cambiamento climatico. Il clima infatti è sempre lo stesso con qualsiasi governo e qualunque cosa la gente voti, come aveva spiegato a suo tempo Draghi con la nota metafora del pilota automatico, che conduce laddove si è tutti precari, sottopagati, privi di tutele, diritti e servizi, tutto è privato e chi non ha i soldi è privato di tutto, mentre allo Stato resta il compito di nutrire la ferocia dell’apparato repressivo.
Insomma gli “Stati generali” dell’economia, come vengono pomposamente definiti, non somigliano a nulla che si sia visto finora, nemmeno (come taluni scrivono) ad una passerella di vip, dato che i giornalisti non possono immortalare i convenuti affollandosi negli augusti saloni della villa e nemmeno nei deliziosi giardini circostanti.
Diciamo che il convegno sembra più lo struscio di una pletora di rappresentanti di enti e organizzazioni sotto lo sguardo ed il sorriso di Conte, che recepisce i “cahiers de doléances” e distribuisce rassicurazioni così come Luigi Capeto e famiglia volevano fare con le brioches. Ma con particolare riguardo, come è costume d’ogni governo, per Confindustria, che forse ci risparmierà le sue geremiadi il giorno ormai non molto lontano in cui i padroni non pagheranno più tasse e potranno trattare con i lavoratori come ai tempi di Cheope.
Dato che tutta la faccenda ruota intorno alle questioni economiche, gli unici che sull’argomento hanno davvero voce in capitolo non compaiono, o almeno non in carne e ossa. E’ infatti prevista l’epifania di alcune divinità ordoliberiste ma solo da remoto: Von der Layen per la Commissione europea, Georgieva per il Fmi, Lagarde per la Bce.
Nemmeno Draghi partecipa all’evento, avendo forse altro da fare oppure perché non la ritiene una cosa abbastanza seria, come la presenza di Colao già lasciava intendere. O magari perché ritiene che tutta questa faccenda si risolverà per Conte in un amaro autogol, dato che la situazione è ormai talmente disastrosa che radunare tutti gli allarmi e le lagnanze in un’unica sessione di udienze non può che amplificarne l’effetto complessivo.
Certo, se tutti credessero alla favoletta del Recovery fund e della montagna di soldi in arrivo a “fondo perduto”, sarebbe diverso. Ma i conti li sanno fare tutti e quindi tutti sanno che gli 82 miliardi che dovrebbero spettarci saranno divisi in quattro rate annuali, da cui bisognerà però sottrarre il maggior contributo di 12 miliardi all’anno richiesto all’Italia per bilancio Ue (che passa dall’1 al 2%). Restano circa 8 miliardi all’anno, ma questo in linea teorica perché ogni rata verrà concessa solo se la Commissione europea si riterrà soddisfatta delle “riforme” che ci impegniamo a fare in termini di ulteriore massacro sociale.
Perciò diventa palpabile che i dieci giorni dell’iniziativa in corso sono quelli che servono a tinteggiare la facciata di un edificio ormai pericolante, che non è l’incantevole villa seicentesca ma un paese del tutto abbandonato al saccheggio dei potentati economico-finanziari e alla servile gestione dei quisling tollerati o addirittura eletti di volta in volta, e che questa volta si nascondono dietro a un virus. Ma chissà quanti ancora saranno disposti a credere che il dramma odierno e la recrudescenza in attesa dietro l’angolo sono figlie di un’imprevedibile e ineluttabile epidemia.

All’ombra del Covid

Per mesi l’intera cittadinanza, anche nelle Regioni in cui il covid ha avuto un impatto irrilevante, è stata posta agli arresti domiciliari, privata del diritto di uscire di casa se non per andare a spendere i propri soldi nelle immediate vicinanze, oppure per recarsi a lavorare in condizioni che spesso costituivano una violazione delle norme precauzionali imposte dalle medesime autorità. Ma come già dimostrano ogni anno i mille e più morti sul lavoro, in Italia il profitto dei possessori viene ben prima della sicurezza dei lavoratori.
Solo all’inizio di maggio le regole sulla segregazione hanno cominciato molto lentamente ad allentarsi, ma restando nel quadro di una netta frattura rispetto a quella quotidianità fatta di diritti irrinunciabili che non erano mai venuti meno, nemmeno nel corso di precedenti emergenze sanitarie.
Ancora oggi, con un numero di contagi e decessi sceso ben al di sotto della soglia d’allarme, restano in piedi divieti assolutamente privi di senso che sembrano avere l’esclusivo scopo di mantenere viva la paura collettiva in vista di successivi giri di vite.
Si aggiunga che il restringimento dei diritti è sempre avvenuto tramite decreti del presidente del Consiglio (Dpcm), che non sono sottoposti a verifica parlamentare né alla firma del capo dello Stato e nemmeno all’esame della Corte costituzionale.
Inoltre tali atti amministrativi sono sempre così incompleti e fumosi da necessitare di integrazioni successive ed ecco allora comparire le “faq”, acronimo inglese che indica un elenco di domande abituali ma che l’ordinamento giuridico italiano non prevede e al quale ovviamente non può assegnare alcun valore.
Le faq perciò costituiscono soltanto lo specchio del livello di approssimazione dell’esecutivo, che pure ha a disposizione tempo sufficiente per approntare i suddetti decreti e si avvale della collaborazione di 450 “esperti” suddivisi in 15 gruppi di lavoro, altrimenti chiamati “task force”, nel solco dello scimmiottamento linguistico e culturale in cui si è ormai precipitati ad ogni livello.
Le strade vengono tuttora pattugliate dai gendarmi che spesso sanzionano i malcapitati attraverso un’interpretazione eccessivamente rigida delle norme. Non accade sempre, ma il fatto che essere multati o meno dipenda dal capriccio dello sbirro di turno costituisce un oltraggio allo stato di diritto e chi legifera o decreta in modo da lasciare spazio a tale arbitrio ne ha tutta la responsabilità.
Vi è poi stata fin dall’inizio la propensione a redigere le norme secondo una concezione bacchettona e familista, ispirata a criteri penitenziali, cosa che evidentemente riemerge in modo prepotente insieme ad ogni emergenza, sia quando a palazzo Chigi c’è il tizio che sventola il rosario sia quando è il turno di quello che bacia la teca di san Gennaro, considerando poi che entrambi hanno governato con quello che gira con l’immaginetta di padre Pio nel taschino.
Per cui ad un certo punto si poteva andare a trovare un parente ma non un amico; in effetti si incontrano gli amici per passare momenti gradevoli o spensierati, mentre la visita alla nonna o al fratello vanno molto più a braccetto con l’idea dell’assistenza tra famigliari. La probabilità di contagio è identica e cambia solo il fatto che nei labirinti mentali dei vertici politici l’odissea pandemica dev’essere vissuta con mestizia in un’atmosfera di senso di colpa collettivo. Perciò colui che si sta divertendo è una sorta di peccatore, va guardato con sospetto, se necessario inseguito coi droni e multato, anche se è da solo e si gode il panorama sulla spiaggia oppure sta facendo quattro passi ai giardinetti.
Analogamente, si può portare in auto sul sedile accanto un convivente, ma non un amico o la fidanzata, benché sia evidente che se si fa salire qualcuno sulla propria macchina è perché già si intrattiene con costui un rapporto abbastanza stretto anche in altri contesti.
Per rendere la situazione ancora più confusa e grottesca, si è intravista qualche crepa perfino nell’immagine unitaria che l’Italia pretende di darsi: l’assicurazione del governo circa la garanzia di provvedimenti validi su tutto il territorio nazionale si è infranta contro iniziative contrastanti a livello regionale, in virtù non tanto dei dati sulla pandemia sfornati dall’Iss quanto del diverso grado di commistione tra istituzioni politiche e interessi del padronato. Il Veneto ad esempio spingeva per un’interpretazione delle ordinanze in senso meno restrittivo, in osservanza alle richieste dell’imprenditoria locale. Ci ha provato anche la Calabria ma con meno successo, mentre i semi-crucchi dell’AltoAdige addirittura hanno ancorato le date della progressiva riapertura a quelle austriache, tanto per sottolineare ulteriormente le loro aspirazioni.
Si può pensare che il nostro vertice politico sia composto da scuderie di incapaci ormai indistinguibili sul piano politico, o che dietro tale apparente deficienza vi siano disegni inconfessabili. Per la verità le due cose non sono tra loro antitetiche ma possono facilmente convivere.
Se davvero vi è qualcosa di recondito, bisogna dire che ha funzionato al di là di ogni più rosea (per chi li ha ideati) aspettativa. Mi ha colpito la rassegnazione con cui praticamente tutti hanno accettato l’iniziale pesantissimo livello di cattività e poi l’obbligo della museruola d’ordinanza, senza che vi fosse in tutta Italia una sola piazza a protestare non dico in Lombardia dove venivano conteggiare più vittime ma nemmeno nelle aree in cui per settimane non era morto nessuno. Ma ancor più mi ha sorpreso il diffusissimo consenso alla narrazione dal sapore quasi escatologico, il “niente sarà più come prima”, il “dovremo convivere” con le successive “ondate” del virus, date già per scontate dal ministrume nostrano.
Di certo qui si entra nella logica molto italica della sopravvivenza politica come arte dell’evitare rogne, in gergo del pararsi il culo, per cui quel che conta è assicurarsi di non esporre il fianco ad accuse casomai il numero di contagi decollasse. Quindi ecco l’assurdità degli ombrelloni al mare o quella dei banchi di scuola separati da pannelli in plexiglas, come se in spiaggia oppure fuori dalla classe non ci si potesse poi avvicinare ugualmente a dispetto di ogni controllo.
Non mi stupisce ma invece mi indigna l’esercito dei delatori appostati alla finestra, pronti a sfuggire alla monotonia della reclusione chiamando gli sbirri per denunciare il passante disobbediente, la signora con le borse della spesa che si riposa un attimo su una panchina, i ragazzi che si bevono una birra all’angolo tra strade deserte.
Si diceva però dei disegni reconditi, al netto di ogni vera o presunta dabbenaggine. Allora questa triste esperienza collettiva, condita dal reciproco apostrofarsi dei virologi, dai tentativi delle autorità di impedire le autopsie, dalla carenza di tamponi e analisi ematiche, quasi a voler offuscare (ingigantendola) la reale portata del contagio e quindi della mortalità, può far pensare a scenari più inquietanti.
No, non che il covid19 sia frutto di una manipolazione dolosa, esclusa a più riprese da tutti gli esperti del ramo. E difatti nemmeno se ne comprenderebbe la ragione, non essendovi un vaccino e nemmeno la possibilità di confinare il contagio in determinare aree del pianeta. Ma benché non vi sia nulla di preordinato, la dilatazione temporale dell’emergenza avrebbe un suo obiettivo, anzi più di uno: innanzitutto distogliere l’attenzione da quel che sta combinando il governo in sede europea, cioè la sua sottomissione definitiva al dettato neoliberista attraverso la sottoscrizione di trattati-capestro che introducono al tracollo economico del paese.
Va bene, si dirà, tale proposito è un po’ fiacco dal momento che anche senza l’epidemia la gente è in buona parte del tutto indifferente a quel che avviene al di là della punta del proprio naso e Conte o chi per lui potrebbe anche dire che il Parlamento non si riunisce più senza che ciò provochi reazioni di rilievo.
Si intravede tuttavia un altro motivo, anch’esso legato all’azione (chiamiamola così) di governo (chiamiamolo così). Perchè che noi si ricorra al RecoveryFund o al nuovo Mes col trucco e parrucco, o che semplicemente si galleggi sul quantitative easing della Bce in edizione Lagarde, saremo totalmente ricattabili e dovremo attuare quelle misure di “austerità” di cui la Grecia è lo specchio a noi più vicino.
In una fase in cui in Parlamento non c’è una sola forza politica che proponga l’uscita dalla gabbia in cui ci siamo cacciati fin dai tempi di Maastricht, non si può sfuggire all’obbedienza al diktat nazieuropeo, che consiste nella compressione dei diritti, nella cancellazione di servizi e tutele, nell’aumento della tassazione per chi non ha accesso ai paradisi fiscali. Insomma tutte cose che già vediamo da tempo ma con effetti ora decisamente più rovinosi.
In Grecia, con la scusa dell’insostenibilità del debito, oltre alle aziende pubbliche hanno dovuto vendersi pure le spiagge e gli aeroporti. E nonostante ciò il debito è aumentato, dato che l’obiettivo non è creare le condizioni per ripagarlo bensì usarlo come scusa e spauracchio per indurre il popolo ad accettare il saccheggio dei beni pubblici e la mortificazione economica e sociale a beneficio dei potentati finanziari, perlopiù sovranazionali. Se il debito venisse invece ripagato, cesserebbe anche lo stato di sudditanza e la conseguente rapina.
Perciò, se oggi la pubblica opinione sta osservando in stato catatonico le manovre dei propri aguzzini, di certo dovrà svegliarsi quando gli effetti del disastro inizieranno a pioverle addosso sotto forma di perdita massiccia di posti di lavoro, potere d’acquisto e diritti non abbastanza acquisiti. A quel punto, chi potrà essere indicato come colpevole se non il terribile virus, distruttore di vite ma anche di economie? E come si fa ad accusarlo se sparisce già questa estate e poi non muore più nessuno?
Ecco perché deve restare tra noi ed ecco perché già si profetizza il suo ritorno in autunno, più aggressivo che pria, in concomitanza col risveglio delle influenze stagionali le cui vittime possono facilmente essere confuse con quelle del covid, soprattutto in un paese che vanta 50mila decessi all’anno per infezioni contratte all’interno delle strutture ospedaliere.
Esattamente come accadde nove anni fa con il babau dello spread, vittoriosamente impiegato per convincere la gente che tirare la cinghia fosse la più ineluttabile delle necessità, il virus non può morire prima di essere salito sul banco degli imputati e riconosciuto colpevole del massacro sociale che sta in agguato dietro l’angolo.
Si narra che vi sia un limite oltre il quale gli occhi del popolo si aprono, ma la storia sa che non è sempre così. L’aumento della povertà, la proletarizzazione di ampie fasce di ceto medio (in cui già Marx vedeva un catalizzatore del processo rivoluzionario), possono essere o meno fenomeni sufficienti a scardinare un sistema economico iniquo, barbarico e non da oggi anche ecologicamente insostenibile, ma se esistono le condizioni perché ciò avvenga lo si capisce solo attraverso il senno del poi.
E’ triste per intanto vedere come tale sistema possa ancora spaventarci con i suoi ectoplasmi, siano essi quelli criptici dell’alta finanza o quelli più spaventosi della pestilenza, per farci fuggire ognuno nel proprio sgabuzzino, rinunciando anche a quel minimo di socialità da cui può nascere una reazione non solo effimera, non solo isolata.

Malati terminali

Notiziona sensazionale! Il signor George Floyd, giustiziato sulla pubblica piazza senza processo perché in possesso di una banconota falsa, era positivo al coronavirus.
Era asintomatico certo, ma non abbastanza da sopravvivere senza respirare per nove minuti con quattro uomini a schiacciargli i polmoni, come invece tutti i sani e ligi al distanziamento saprebbero certamente fare senza problemi.
Ecco lì una caramellina di regime (i nostri giornali ne sono ghiotti!) in regalo a chi cerca qualche scusante per l’operato dei poliziotti-boia, come dire che ok, hanno esagerato, ma in fondo il tizio è morto perché era già malato.
Dai, lo si capiva subito, anche da quel farfugliare frasi sconnesse mentre se ne stava sdraiato sull’asfalto. E dal suo colorito, per nulla roseo.

Aiuto, i droplet!

Ed ecco a voi (un applauso!) il droplet, perché il bonario termine “gocciolina” è inadatto al livello di angoscia che serve per tenerci al guinzaglio, con tanto di museruola usa&getta. In inglese invece l’effetto è assicurato.
Va da sé che l’orripilante droplet può uscire dalla bocca o dal naso del motociclista, arrampicarsi fuori dal suo casco, fregarsene della pressione dell’aria e infilarsi in quello del passeggero. O viceversa. Per cui in moto non si può andare in due, tranne che in Liguria dove da ieri i droplet sono più fragili.
In auto invece sì ma solo se seduti lungo la diagonale, ognuno con la faccia fasciata, perché il tallone d’Achille del droplet è che vive solo per un metro, tranne che in Piemonte, Lombardia, Campania e forse qualche altro posto, dove si narra possa vivere in eterno se non va a sbattere contro una mascherina.
Ed ora un piccolo trucco: se state facendo attività sportiva il droplet vive il doppio del normale, due metri, mentre muore a distanza di braccio se fate la stessa cosa ma gli dite che non è per sport.
Attenzione poi, quando ve la spassate con il/la vostr* fidanzat*, o amic*, o amante, etc., assicuratevi che sia anche vostr* convivente, altrimenti è peccato mortale e il droplet potrebbe fregarvi entrambi.
È frusco il droplet! È pieno di lupigna, direbbe Proietti.