Da 5stelle a Star wars

Il M5stelle era partito con 336 seggi nei due rami del Parlamento e oggi, a distanza di tre anni dalle ultime elezioni, ne ha solo più 245. Circa il 27% in meno, più di uno su quattro. Una “mortalità” da far impallidire perfino le previsioni sul covid di Ricciardi.

Continuando così, nel 2022 i pentastellati superstiti potranno commentare l’ormai prevedibile débacle elettorale dicendo che in fondo non hanno perso molti seggi rispetto a quelli che ancora conservavano.

Intanto gli ammutinati vecchi e nuovi si accorgono di essere tanti e progettano la nascita di un partito alternativo a quello originario. Dato che rischiano comunque di non essere rieletti male non gli potrà andare, ma come sempre avviene in una scissione, gli ex-compagni di partito diventano d’un tratto traditori e/o eretici e insomma i peggiori rivali, se non altro perché gli uni e gli altri si ritrovano a pescare dal medesimo bacino elettorale.

Da 5 stelle a Star wars il passo è stato brevissimo mentre il potere, oggi come ieri, appartiene al lato oscuro della forza.

Servo e più servo

Ecco qua. Il Mattarella va al microfono a dire che ci vuole il governo ‘tecnico’ invece delle elezioni, appellandosi naturalmente al fatto che c’è la pandemia e che la campagna elettorale farebbe aumentare i contagi. Commovente. Meno male che c’è lui a non farci votare altrimenti finiremmo tutti in terapia intensiva dopo aver toccato le stesse matite.

Ora il quadro appare un po’ più chiaro, le ingannevoli motivazioni di Renzi nel far saltare il tavolo appaiono più leggibili e tutto sembra essere stato preparato da tempo per togliere di mezzo un governo che non aveva più il gradimento né della cupola europea né degli americani. Beh, obbediente lo era anche questo come quelli precedenti, ma tra domestici c’è sempre il rischio di essere scavalcati in servilismo.

Renzi è stato il caporale addetto all’accensione della miccia, mentre i barili di polvere erano stati piazzati in precedenza, forse già da novembre. E nulla fa pensare che Mattarella fosse all’oscuro di questo piano rivolto a dare all’Italia un esecutivo più prono agli interessi eurocarolingi. Se uno era il caporale, l’altro era sergente.

In appena un decennio, quello che va a nascere sarà il quinto governo presieduto da un personaggio che nessuno ha mai votato, tanto per far intendere a quale livello è ormai precipitata la sovranità di cui si parla nel primo articolo della Costituzione. Godrà forse della maggioranza schiacciante di valletti che bivaccano nell’attuale Parlamento e gestirà le fasi conclusive del saccheggio delle risorse pubbliche, il suicidio finanziario tramite accoglimento delle pretese franco-tedesche e il declino del paese al ruolo di protettorato nel quadro di altrui disegni geopolitici.

A consolazione, ma molto magra, si può dire che nemmeno il voto avrebbe cambiato le cose, visto che nessun partito tra quelli presenti in Parlamento o che in teoria potrebbero entrarci, ha la benchè minima volontà di opporsi al dettato dei poteri economici né di sottrarsi alla condizione di vassallaggio.

Presumibile che in un paese come il nostro, di fronte al pesante impoverimento collettivo che ne seguirà e all’assenza di forze politiche che incarnino una reale alternativa, acquisteranno più forza le spinte autonomiste locali, col conseguente rischio di dissoluzione politica, prima di fatto e infine anche di diritto.

Il vaccino gratta-e-vinci

Vaccino Astra Zeneca solo per chi ha più di 18 anni e meno di 65.
Per chi ne ha di più il rischio di rimanerci a causa di complicazioni è troppo alto. Naturalmente sconsigliato a chi è in gravidanza o nel periodo di allattamento, ai diabetici e ai cardiopatici, a chi è allergico oppure ha problemi ai reni.
Un ‘vaccino’ utile per una platea dalla mortalità per covid dello 0,2% ma al lordo di altre patologie, che assicura l’immunità solo per il 70% e anche in quel caso non si sa per quanto tempo e poi è pure possibile che si resti contagiosi.

Due pesi, due misure

In Svizzera muore un uomo di 91 anni dopo aver ricevuto la prima dose di vaccino anti-covid. Subito ci si premura di precisare che l’uomo era molto anziano e soffriva di altre patologie, perciò non c’è alcun nesso tra il vaccino e l’evento fatale.
Anzi, per dirla tutta, i medici che l’avevano in cura sostengono che è “altamente improbabile” vi sia un collegamento. Il che non è proprio la stessa cosa, ma vabbè…
Non è questo il punto. Sono dispostissima a credere che l’iniezione del nuovo preparato non c’entri nulla e magari non abbia nemmeno accelerato di una virgola la sua fine.
Il problema invece è un altro: chi prima del vaccino osava affermare la stessa cosa, cioè che si muore a causa di patologie gravi aggiunte all’età avanzata e non necessariamente perché si è positivi al coronavirus, è stato accusato di essere un barbaro, complottista, ‘negazionista’, uno che crede alla Terra piatta e alle piramidi costruite dagli alieni.
Due pesi e due misure: se ti vaccinano il nesso non c’è, in caso contrario il nesso c’è senz’altro.
E se ne dubiti, peste (no, di più, covid) ti colga.

Panzane a volontà

Ieri in Piemonte 64 morti. ‘Oltre cinque decessi ogni due ore’, tuona LaStampa, per dare maggior enfasi ai numeri. Poi vai a vedere bene e i decessi ieri sono stati 6.

Nel corpo dell’articolo, si ricorda che “il dato di aggiornamento cumulativo comunicato giornalmente comprende anche decessi avvenuti nei giorni precedenti e solo successivamente accertati come decessi Covid”.

Stessa musica negli altri maggiori siti e spesso addirittura senza la suindicata precisazione. E va avanti così da settimane.

Quindi i titoli mentono e i brandelli di verità li può notare solo chi legge tutto l’articolo, di certo una minoranza. Ogni giorno si sbologna il numero dei morti precedenti sommandoli a quelli odierni per ragioni che esulano dalla comprensione di chi in questi mesi ha rinunciato a porsi domande.

Forse nel mondo degli imbrattacarte ci si rende conto che sei decessi su quattro milioni e mezzo di abitanti sono pochini e a moltiplicarli per dieci l’effetto scenografico ne guadagna.

Democrazia Usa (e getta)

I siti che compaiono rigorosamente in testa nei motori di ricerca ripetono all’unisono che in queste elezioni Usa i brogli elettorali sono tutte invenzioni trumpiste, che il conteggio dei voti è stato corretto e che tutto va bene madama la marchesa. Il che può anche essere vero, per quanto ne sappiamo. Ma il fatto è che non lo sappiamo e che non lo sa nemmeno chi lo scrive con così tanta sicurezza.

Vi sono indizi che lasciano pensare si tratti di operazioni di voto corrette e altri che fanno sospettare l’opposto. Quindi chiunque giura su una cosa o l’altra lo fa a cavallo delle proprie simpatie politiche e le sue parole lasciano il tempo che trovano, almeno per adesso.

Una cosa però evidente è che questa volta non si parla dello zampino di Putin e della sua armata di infallibili hacker. Sarà che sono diventati un po’ meno infallibili, oppure che in questi quattro anni lo scudo informatico Usa è diventato impenetrabile, anche se non sembrerebbe proprio, visto che solo pochi mesi fa qualcuno è riuscito a piratare gli account twitter di Biden, Elon Musk, Jeff Bezos, Bill Gates, Barack Obama e consorte, Bloomberg, Apple e Uber, con una truffa da manuale che ha totalizzato 110mila dollari di guadagno.

Quindi niente Putin, che a quanto giuravano le medesime testate (e testine), parteggia per Trump. Ma stranamente nemmeno i cinesi, che si dice parteggino per Biden, ci hanno messo il becco. Se ne ricava che l’hackeraggio del nemico si materializza solo qualora vinca il candidato che non piace ai produttori di notizie, mentre se vince quello desiderato allora trattasi di roba pulita e chi ne dubita è un terrapiattista.

Un’altra cosa che salta agli occhi (ma solo di chi li tiene aperti) è che se una consultazione elettorale con le dinamiche cui stiamo assistendo si fosse svolta, per dire, in Russia o in Venezuela, tutto il mondo mediatico occidentale si sarebbe levato in piedi gridando che è una truffa, un’operazione di regime bella e buona, una farsa tipica di luoghi in cui il termine democrazia non compare nemmeno nel dizionario.

Votare per posta, cioè trascurare il principio basilare della segretezza del voto, già è cosa che sconcerta qualsiasi giurista. Figuriamoci se poi ogni parte del paese avesse in proposito regole diverse: in una non è richiesto il timbro postale che certifica la data del voto (Pennsylvania), in un’altra (NorthCarolina) si accettano i voti fino a 9 giorni dopo la data delle elezioni, mentre in un’altra ancora (Arizona) tali regole vengono cambiate mentre già si stanno scrutinando le schede, allungando di proposito i tempi di accettazione.

Per tacere sul fatto che non esiste una norma che impedisca di entrare armati nei seggi, che commissioni locali possono cancellare l’iscrizione degli elettori in base a norme diverse da un posto all’altro in base a parametri stabiliti da chi vi governa in quel momento, che per iscriversi a votare (altrimenti non si ha diritto) bisogna prima dichiarare la propria fede politica (democratica, repubblicana o indipendente), per finire con quel noto meccanismo che spesso regala la presidenza al candidato che tra i due ha ricevuto meno voti…

Quando qualcuno dice che gli Usa sono esportatori di democrazia, è come se dicesse che l’Islanda esporta noci di cocco.

Etichetta o mascherina!

Ma i “negazionisti” sarebbero quelli che negano che cosa? Che esiste il covid19 o che è indispensabile seguire alla lettera le disposizioni dei dpcm con annesse faq?
No, così tanto per sapere dove dovrei collocarmi sulla base di questa recente e inopportuna etichetta.
A prima vista la risposta appare semplice. Dato che quasi nessuno può ragionevolmente negare che il virus esista per davvero, ne consegue che nella categoria “negazionista” si vogliano infilare a forza tutti quelli che respingono o non sopportano o trovano assurdo il clima di allarme con cui conviviamo più o meno dall’inizio dell’anno.
Poiché il termine almeno in origine aveva a che vedere con il revisionismo storico e cioè con coloro che per finalità politiche ben chiare negano i crimini contro l’umanità commessi dai nazifascisti, ecco che sembra trasparire l’intenzione di tracciare un parallelo tra le due posizioni. In buona sostanza, un caso lampante di reductium ad Hitlerum.
Pertanto se non ti va che si debba entrare in un negozio uno alla volta, se pensi che per un lavoratore o uno studente sia una tortura portare la mascherina per ore di seguito, se non credi all’imminente “seconda ondata” che ci travolgerà tutti e soprattutto dubiti delle cifre ufficiali circa la causa dei decessi, ecco che la tua statura morale non differisce poi molto da quella di coloro che vedono Auschwitz come una ragazzata.
E probabilmente sei salviniano, magari con venature meloniane, insomma non sei solo scemo e pericoloso ma sei anche di destra. Non della destra liberista come un piddino qualsiasi, non di destra a loro insaputa come i pentastellati e nemmeno della destra agli psicofarmaci come le sardine, bensì di quella col bollino bio, pecoreccia e patriottarda.
Sembra evidente che l’uso del termine “negazionista” per i dissidenti a qualunque titolo della narrazione ufficiale può essere nato solo nel policromo milieu dei sinistrati, forse per riconfermare il loro desiderio un po’ imbecille di trovarsi su un gradino più alto sulla scala della sensibilità e dell’eticamente corretto.
Però questo giochetto con cui si vogliono individuare coloriture politiche dove non ci sono e su temi rispetto ai quali le posizioni sono invece abbastanza trasversali non va certo a vantaggio di chi s’illude di poter così marchiare i facinorosi della mascherina lasciata a casa o tenuta sotto il naso. Anzi forse sarebbe meglio astenersi dall’associare idealmente l’insofferenza verso norme che il tempo rende vieppiù insopportabili alla destra. Perchè non è cosa saggia regalarle anche il monopolio della resistenza al babau sanitario, non è detto che i laboratori della propaganda riescano a produrre un’immagine credibile di “seconda ondata”, ma soprattutto perchè non si potrà addebitare per sempre alla fatalità in vesti epidemiche il disastro verso cui i nostri governicchi ci stanno portando.

Profezie

Prevedo che al referendum costituzionale di settembre vincerà il Sì.
Prevedo che l’elettorato vorrà ridurre il numero di parlamentari, illudendosi che i quattrini così risparmiati finiscano, attraverso strani e ignoti meccanismi, nelle sue tasche.
Prevedo che il cittadino italiano medio vorrà rendere un po’ più inutile il proprio voto, dato che se finora occorrevano 75mila voti per eleggere ogni deputato, dopo ne serviranno ben 125mila.
Prevedo che all’elettorato non dispiacerà rimpicciolire l’unico organo costituzionale su cui, premiando o penalizzando i vari partiti, può esercitare un controllo diretto.
Prevedo che a nessuno interesserà il fatto che le regioni meno densamente popolate del paese avranno una rappresentanza parlamentare irrisoria e insufficiente a rappresentarne gli interessi.
Prevedo che l’elettore medio sarà felice di avere meno scelta il giorno delle votazioni, dato che la diminuzione dei parlamentari porterà all’esclusione delle liste minori o alternative a quelle esistenti.
Prevedo che l’elettore-tipo non si accorgerà che il risparmio annuale così ottenuto (81 milioni) equivale ad un solo giorno di spese militari, sulle quali però non ha molto da obiettare.
Prevedo altresì che non noterà nemmeno il rapporto che c’è tra i 230mila euri annui lordi di un parlamentare e gli emolumenti degli a.d. dei grandi enti, che possono superare i 5 milioni annui come è il caso di Eni o Enel, cosa che a quanto pare non provoca la sua indignazione.
Prevedo che ancora una volta tutti noi ci accorgeremo di aver sottovalutato l’irresistibile potere dell’imbecillità.

Artigli su Minsk

In Bielorussia la gente ha votato all’80% per Lukashenko, un risultato che da solo basterebbe a scacciare ogni dubbio circa la validità della consultazione elettorale.
Tra l’altro, non vedo perché si debbano nutrire sospetti per le elezioni in Bielorussia e non per quelle in uno stato come il nostro, i cui vertici politici e militari sono coinvolti nelle stragi, nei depistaggi, nella protezione dei mandati d’ogni sanguinosa porcheria degli ultimi 70anni.
Può piacere o no, ma il popolo bielorusso ha scelto il governo in carica invece dell’avventura naziatlantista già tristemente sperimentata nella vicina Ucraina.
L’opposizione nelle urne è di piccolo taglio, divisa in pezzetti il più grande dei quali ha preso il 9% ed ha per leader una scrofa già fuggita in Lituania sotto la protezione americana. Da qui istiga i malviventi prezzolati che hanno l’incarico di gettare il paese nel caos.
Sono cose già viste in Venezuela, in Ucraina, a HongKong e in ogni altro luogo in cui la gente non vota come piacerebbe ai regimi occidentali.
Capire ciò che succede in Bielorussia attraverso i nostri giornali, o in tv o in rete sui siti principali, è un po’ come pretendere di sapere la verità in Germania ai tempi della svastica.
Qua e là in rete ci sono anche oasi di informazione onesta, ma bisogna andarsele a cercare in mezzo ad un deserto di falsità e il nostro regime fa molto affidamento, anzi è proprio cementato sulla scarsa propensione del pubblico per il desiderio di conoscenza.
Questo è il livello a cui si è ridotta quella che fino a qualche decennio fa poteva ancora essere definita “informazione”, pure storcendo il naso, ma che ora non è altro che spregevole e sfacciata propaganda.
Per ciò che riguarda la Bielorussia, le autorità di Minsk hanno in teoria molte frecce al loro arco e la situazione sembrerebbe meno drammatica rispetto a quella di Kiev di sei anni fa, dove il presidente Janukovic si fece spaventare dalle minacce americane e Obama riuscì a impadronirsi del paese per telefono, nello stesso modo in cui Goering aveva conquistato l’Austria nel ‘38.
Il presidente Lukashenko potrebbe intanto utilizzare il vasto consenso di cui dispone per portare in piazza molte più persone di quante ne può contare la legione di mercenari nazistoidi. Organizzati e dotati di adeguato equipaggiamento, potrebbero liberare facilmente le strade con il supporto indiretto della milizia.
C’è tuttavia un altro aspetto da considerare perché un paese può difendersi dalle minacce, specie se di derivazione esterna come è in questo caso, se ha almeno qualche appoggio a livello internazionale e se può contare su confini amici.
La Bielorussia è circondata da quattro vassalli dell’impero atlantista, per giunta con governi più o meno apertamente filonazisti come la Lettonia, la Lituania, la Polonia e l’Ucraina. Gli unici confini teoricamente sicuri sono quelli orientali con la Russia e ciò significa che il destino del governo di Minsk dipende in ultima analisi da ciò che si deciderà a Mosca.
La Bielorussia non ha importanti risorse strategiche, ma è l’ultimo paese rimasto a fare da cuscinetto tra la Russia e le basi Nato. La sua caduta in mano nemica consentirebbe alle forze occidentali si avvicinarsi di altri 500 km alla capitale russa.
Una cosa che al Cremlino non potrebbero assolutamente accettare, a meno che lì dentro non siano del tutto impazziti. Anche a costo di procedere all’invasione militare, nessun governo russo potrebbe lontanamente assorbire senza conseguenze un colpo del genere.
A giudicare da come Putin si è rassegnato a vedere trasformata l’Ucraina in un satellite Nato solo pochi anni fa, non c’è da essere proprio sicuri in una sua reazione efficace. Se poi si considera che tra Minsk e Mosca i rapporti non sono proprio idilliaci, le ombre si allungano e solo nelle prossime settimane si capirà da quale parte evolve la situazione.
La fazione geopolitica di cui purtroppo anche l’Italia è parte, pur nel ruolo di scendiletto di interessi altrui, si comporta come se già fosse in guerra o come se una guerra fosse inevitabile. Lo si capisce anche solo dal fanatismo dei suoi organi di propaganda, ma diventa evidente al cospetto dei continui focolai che va accendendo in ogni parte del mondo. La cosa più inquietante in tale atteggiamento è la convinzione che nessuno possa resisterle se non in via temporanea e che chiunque si metterà di traverso verrà travolto.
Se c’è qualcosa che preannuncia un conflitto su larga scala, è la certezza di una delle parti di poter vincere. Abbiamo vissuto per settant’anni all’ombra di un pericolo che restava lontano proprio perché tutti gli attori sapevano di non poter sopravvivere ad un confronto planetario. Ora sembra che non sia più così e non so se ciò avvenga perché l’umanità non può che continuare a soffiare nella bolla della propria follia fino alla fatale esplosione, oppure semplicemente perché tale sicumera non ha ancora incontrato una reazione decisa.
E’ possibile, anzi probabile che se dall’altra parte (ammesso che esista un’altra parte nel senso che le si attribuiva all’epoca della guerra fredda) si rispondesse per le rime ai disegni di dominio planetario dell’impero a stelle e strisce, paradossalmente i pericoli diminuirebbero invece di aumentare. Si capirebbe cioè che c’è un limite oltre il quale non è lecito andare senza scivolare in una escalation incontrollabile.
Un atteggiamento invece di continua ricerca del compromesso, di quiete eletta a valore assoluto anche al prezzo di vedere demoliti dall’azione avversaria i pochi paesi alleati o potenzialmente amici, come la Siria per via militare e tutti gli altri attraverso il tallone delle sanzioni, non fa che incoraggiare la controparte persuadendola ad osare ogni volta qualcosa di più.
Non sarebbe la prima volta che la politica di “appeasement” conduce al disastro. Forse non è un caso ma è nella tragedia delle cose che ci si torni quando inevitabilmente va estinguendosi la memoria degli errori passati.