Incubi

Questa notte ho barbaramente ucciso Gino Bramieri, serrandogli con forza le mani intorno al collo ed immergendogli la testa in una vasca in pietra colma d’acqua, così che al termine dell’operazione non ero del tutto sicura che il decesso fosse sopravvenuto per strangolamento o per annegamento.
L’operazione avveniva al termine di una banale lite che aveva come oggetto la conquista di un parcheggio, il che (alcuni ne converranno) in certe occasioni è merce rara a tal punto da divenire un valido movente per gli atti più estremi.
Sconvolta dall’enormità della mia reazione, ho allora commesso un errore. Ho chiesto cioè ad un mio vecchio amico di aiutarmi a nascondere da qualche parte l’ingombrante cadavere. Si noti infatti che il famoso barzellettiere era in quei frangenti ancora decisamente sovrappeso, così come ben ricorda il pubblico degli anni Sessanta.
Sistemiamo così la salma in posizione verticale, un poco nascosta alla vista ma neanche tanto, contro le mura di un’antica cattedrale, appena schermata da un velo di rado fogliame. Il Gino nazionale ha ancora dipinto sul volto lo stupore dei suoi ultimi istanti, gli occhi azzurrissimi sbarrati e rivolti verso il cielo, la bocca aperta in un muto grido di incredulità verso la ferocia umana.
Passa del tempo, forse qualche giorno; nella scena successiva la polizia ha già rinvenuto il cadavere, che ora giace a terra supino, circondato da una folla di curiosi dall’aria affranta. Chi può aver compiuto un gesto tanto efferato contro un uomo così amabile e difatti da tutti amato? Come si può giungere a tanto?
Io sono lì tra la folla (l’assassino che ritorna sul luogo del delitto, come vuole la tradizione), con l’espressione adeguata allo sgomento collettivo. C’è anche il mio amico e complice, che mi regala insistenti sguardi di riprovazione. Ho come l’impressione, la certezza anzi, che le indagini della polizia porteranno inevitabilmente fino a me. E’ solo questione di tempo. Poi, nemmeno su questo nutro più dubbi, mi libererò la coscienza ammettendo in tribunale le mie colpe, senza cercare scappatoie e senza ricorrere ad espedienti avvocateschi per attenuare il peso della giusta condanna che mi attende.
Ma ecco che, più forte di questi virtuosi propositi di espiazione, sorge insopprimibile un pensiero del tutto diverso… E se facessi fuori anche il mio complice? In fondo soltanto lui sa come sono andate davvero le cose. Osservo le sue spalle chine sul cadavere, in mezzo alla calca di curiosi, meditando sul fatto che qualsiasi problema ha sempre una soluzione. E finalmente mi sveglio.

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1 Commento

  1. L’ha ribloggato su Silenzi fioriti.

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