Déjà vu

Il governo Macron, che ormai rischia di cadere sotto i colpi dello scontento generalizzato e dei continui scioperi contro le manovre lacrime&sangue che ha deciso di imporre fin dal suo insediamento, decide di riconquistare il consenso interno attraverso la riproposizione di anacronistiche ambizioni di potenza.
Il presidente convoca quindi gli alti comandi delle forze armate e durante una riunione segreta che passerà alla storia come “nuit des épingles” (o “notte degli spilli”, in quanto i partecipanti passano in rassegna i paesi da aggredire applicando spilli colorati su una grande mappa del mondo alla parete, per poi doverli escludere quasi tutti) prende la decisione irrevocabile.
Approfittando del fatto che il grosso dei reparti italiani si trova sparpagliata in missione in tre continenti, truppe francesi superano il confine italiano in direzione di Aosta, della valle di Susa e della riviera ligure. In un proclama letto alla televisione a reti unificate verso l’alba del giorno successivo, vengono rivendicati i territori dell’intera valle d’Aosta nonché delle province di Cuneo e di Imperia. D’altra parte la resistenza all’invasione è quasi ovunque simbolica e le colonne francesi avanzano senza quasi sparare un colpo.
Poco dopo mezzogiorno, apprendendo che Aosta è caduta senza combattere e che i reparti francesi avanzano tra ali di folla festante, il governo italiano si riunisce in quello che passa alla cronaca come “pomeriggio di villa Taverna” (che è la residenza dell’ambasciatore Usa a Roma; infatti per tutto il tempo i convenuti provano invano a contattare il diplomatico e non approdano ad alcuna decisione).
Mentre i rapporti dal confine nord-ovest disegnano un quadro sempre più inquietante, a sera il governo fugge a Pescara, dove è già in attesa una nave che li porterà a Brindisi. Nella notte successiva devono intervenire i carabinieri per sedare i tafferugli scoppiati tra le più alte cariche istituzionali con le loro famiglie ed un nutrito stuolo di alti ufficiali (anch’essi con famiglia al seguito) che sgomitano per imbarcarsi.
Rimasti privi di ordini, i reparti italiani si sbandano quasi subito, dalla Bosnia al Libano, dall’Afghanistan al Niger. Più o meno la stessa cosa accade in patria, dove però si registrano anche isolati episodi di resistenza. Un gruppo di NoTav si copre di gloria nel vallone del Clarea, respingendo un intero battaglione di Chasseurs con l’impiego di fionde ed una manciata di petardi. Presso Vinadio, veterani alpini di un raduno locale bloccano per diverse ore l’avanzata di alcune compagnie nemiche inaugurando in battaglia l’impiego dei fiaschi-molotov.
Ma sono casi sporadici. L’avanzata francese prosegue inarrestabile, mentre fallisce l’intervento di uno stormo di nuovissimi f-35 italiani, che a causa della nebbia non riescono ad individuare i bersagli.
Il giorno successivo, mentre i reparti di punta francesi sono ormai in vista di Torino, il governo da Brindisi chiede i termini della resa e la sera stessa accetta la dolorosa perdita dei territori rivendicati dall’aggressore.
Mentre a Parigi la gente si riversa in strada per festeggiare la vittoria e Macron intona la Marsigliese sotto il colonnato di palais Bourbon in un tripudio di folla e bandiere, a Bolzano si decide la secessione dell’alto Adige (pardon, sud Tirolo) e la sua riunificazione all’Austria. Pochi giorni dopo prendono analoga decisione i consigli regionali del Triveneto e della Lombardia, con l’eccezione di Venezia che si proclama repubblica autonoma.
Le truppe francesi assumono intanto il controllo “temporaneo e cautelativo” di quel che rimane del Piemonte e della Liguria, un eufemismo con cui si procede all’annessione definitiva anche di questi territori.
Poi è la volta della Sicilia, che si proclama indipendente e convoca un referendum repubblica-monarchia da tenersi nei mesi successivi. Segue a ruota la proclamazione dell’indipendenza sarda, il cui consiglio regionale avvia consultazioni con la Catalogna per la formazione di un’entità politica comune.
Intanto a Roma è il caos. Gruppi neofascisti perlopiù appartenenti a Casapound cercano di assumere il controllo dei centri nevralgici cittadini, ma vengono messi in fuga quasi ovunque da forze eterogenee tra cui spiccano elementi della sinistra antagonista, gruppi di immigrati e guardie svizzere. In un toccante discorso alla nazione dai microfoni di Saxa Rubra, Di Maio si autonomina Garante della Repubblica, promette la riunificazione del paese e la redazione di una nuova carta costituzionale, ma nei confusi eventi che ne seguono viene catturato dai manifestanti e decapitato sotto lo sguardo delle televisioni straniere che immortalano la scena.
Infine il controllo della capitale viene affidato a papa Francesco I, in vista di consultazioni elettorali la cui data non viene però indicata. L’amministrazione papale si estende in breve all’intero Lazio ed a tutte le province che ne fanno richiesta e che vanno dalla Romagna all’Abruzzo.
Altrove il territorio risulta frammentato in una lunga teoria di potentati locali, mentre l’infante di Spagna in visita a Napoli viene acclamato a lungo dalla popolazione e indotto sui due piedi ad accettare l’incarico di Viceré, il cui controllo si estende presto alle restanti regioni meridionali.
Il governo si scioglie e dei suoi componenti si perdono le tracce. Secondo voci non confermate, l’ex presidente Mattarella sarebbe stato visto in un suk di Alessandria d’Egitto.

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